GIUDICE DI PACE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE, SENTENZA DEL 20-01-2015 N. 79

Il metodo del Piano di Ammortamento Francese “Tasso d’Ingresso” è illecito ex art. 1374 c.c.

Nel rinviare all’articolo GLI INTERMEDIARI NEI PRESTITI RATEALI A TASSO VARIABILE EROGATI CON IL SISTEMA FRANCESE MANIPOLANO LE REGOLE MATEMATICHE E CONTRATTUALI, all’articolo GLI INTERMEDIARI CON IL SISTEMA FRANCESE USANO LE PONDERAZIONI DEI PERIODI RATEALI DIVERSE DA QUELLA DELL’ANNO COMMERCIALE, all’articolo L’INDETERMINATEZZA CONTRATTUALE DEL SISTEMA “FRANCESE” e all’articolo PRINCIPIO DI EQUIVALENZA E PONDERAZIONI DEI PERIODI RATEALI, la giurisprudenza di merito si è espressa sin dal 2015 sulla tecnica del PDA FRANCESE “TASSO D’INGRESSO” valutandola in contrasto con gli artt. 1374 e 1375 c.c. per il mancato ricalcolo al ogni pagamento del valore della QUOTA CAPITALE e del conseguente DEBITO RESIDUO  attraverso l’utilizzo del PRINCIPIO DI EQUITÀ con il vigente tasso annuo VARIABILE perché “nel momento del pagamento della sorte capitale residua per l’ESTINZIONE ANTICIPATA, il mutuatario ha dovuto pagare una somma maggiore rispetto a quella che avrebbe pagato se la rata fosse stata rideterminata non solo nella QUOTA INTERESSI, ma anche nella QUOTA CAPITALE a ogni variazione di tasso”. Questa giurisprudenza sancisce l’illegittimità giuridica della tecnica del PDA FRANCESE “TASSO D’INGRESSO” perché il metodo usa dei DEBITI RESIDUI NON equi matematicamente rispetto alla tecnica del PDA FRANCESE “NUOVO AD OGNI RATA” che ha, invece, DEBITI RESIDUI equi da un punto di vista matematico.

In particolare, la sentenza del Giudice di Pace di Santa Maria Capua Vetere del 20/01/2015 n. 79, Dott.ssa Iolanda Mondo in una causa dove l’intermediario è Unicredit S.p.a. ha stabilito che “… (…) …. a parere di questo giudice, nell’elaborazione del piano di ammortamento, la banca deve rispettare le condizioni contrattuali nel rispetto della buona fede e della diligenza (artt. 1374 e 1375 c.c.).… (…) …. Il METODO DI AMMORTAMENTO ALLA FRANCESE in caso di mutuo a TASSO VARIABILE, come constatato dal c.t.p. prima, e dal c.t.u. poi, per il mutuo de quo, è stato elaborato dalla banca calcolando la QUOTA DI CAPITALE delle rate come se il tasso di interesse fosse sempre uguale per tutta la durata dei 20 anni al tasso iniziale del 5,2350%, ma tale non è la pattuizione del tasso in misura variabile. Ciò avviene, come anche sostenuto dall’officiato c.t.u., al fine di rendere più semplice e lineare il calcolo. Invero in tal modo il mutuatario, considerato che la rata rimane costante, per cui paga sempre la stessa somma nonostante abbia stipulato un mutuo a tasso variabile, non beneficia della variazione in ribasso del tasso nella restituzione della QUOTA CAPITALE. Il mutuatario restituisce meno capitale e quindi paga somme in più, non dovute in forza della pattuizione del tasso di interesse in misura variabile. Pertanto, nel caso di specie, ciò ha comportato che, nel momento del pagamento della sorte capitale residua per l’ESTINZIONE ANTICIPATA, il mutuatario ha dovuto pagare una somma maggiore rispetto a quella che avrebbe pagato se la rata fosse stata rideterminata non solo nella quota interessi, ma anche nella quota capitale a ogni variazione di tasso. A parere di questo giudicante si ritiene pertanto che nel caso di specie non sono state rispettate le condizioni contrattuali, risultando violata la clausola sulla pattuizione del tasso di interesse variabile”.