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ANALISI TECNICA COMPLETA E ANALISI GIURIDICA PARTICOLARE DI UN MUTUO

Cosa sappiamo fare: esempio di contenuto sia dell’ANALISI TECNICA COMPLETA sia dell’ANALISI GIURIDICA PARTICOLARE relativa ad un Mutuo che attesta matematicamente, empiricamente e giuridicamente la possibilità di effettuare la contestazione della nullità parziale delle clausole convenzionali in relazione a: ● Indeterminatezze contrattuali in generale; ● Indeterminatezza contrattuale nel Regime Composto degli interessi; ● Indeterminatezza contrattuale nel Regime Semplice degli interessi;● Tentata Truffa contrattuale per applicazione del Regime Composto degli interessi; ● Truffa Consumata contrattuale per applicazione del Regime Composto degli interessi; ● Usura contrattuale degli interessi corrispettivi per applicazione del Regime Composto degli interessi; ●  Usura contrattuale degli interessi moratori per applicazione del Regime Composto degli interessi; ● Erroneità della percentuale del TAEG/ISC contrattuale per applicazione del Regime Composto degli interessi.

Ci siamo già occupati di questo specifico mutuo nell’articolo ESEMPIO DI INDETERMINATEZZA DEL TASSO CORRISPETTIVO CONTRATTUALE SIA NEL REGIME COMPOSTO SIA NEL REGIME SEMPLICE DEGLI INTERESSI (MUTUO).

Si tratta di un mutuo a TASSO VARIABILE erogato il 16 dicembre 2003 di euro 4.500.000,00. Nell’atto notarile si legge sia che la durata del finanziamento rateale è di 174 rate mensili posticipate sia che la rata alla data del contratto è di euro 35.120,43. Inoltre, si legge nella convenzione che il TASSO ANNUO NOMINALE impiegato per la determinazione della rata mensile posticipata alla data del rogito è del 4,44%. Nel regolamento contrattuale non viene né evidenziato numericamente né delucidato espressamente come è calcolato il TASSO MENSILE nel REGIME COMPOSTO discendente dal TASSO ANNUO NOMINALE del 4,44% utilizzato per precisare la rata di euro 35.120,43. Ancora, nella convenzione pattizia non è indicato né il TASSO EFFETTIVO ANNUALE né l’INDICATORE SINTETICO DI COSTO.

VICENDE CONTRATTUALI

Con il pagamento della 109 rata di ammortamento del 15/07/2013 sono state concesse 12 rate di sospensione del pagamento della quota capitale.
Dopo il pagamento del 15/10/2014 della 112 rata del piano di ammortamento originario e, quindi, con 62 rate residue, è stata concessa una rinegoziazione con aggiunta di altre 60 rate (il nuovo piano di ammortamento era di 122 rate).
Dopo il pagamento della 33 rata del nuovo piano di ammortamento del 15/07/2017, è stata effettuata un’estinzione totale il 28/07/2017.

EVIDENZIAZIONE DELL’INDETERMINATEZZA CONTRATTUALE DELLA CLAUSOLA DEL TASSO CORRISPETTIVO

Indeterminatezza contrattuale in Generale: SUSSISTENTE

Sanzione corretta 117 TUB in Composto: Differenza Quote Interessi 1.131.222,32 + Differenza Debito Residuo 189.453,10 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 3.789,06 = Totale 1.324.464,48 euro da restituire;

Sanzione errata 1284 c.c. in Composto: Differenza Quote Interessi 884.088,51 + Differenza Debito Residuo 147.447,57 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 2.948,95 = TOT 1.034.485,03 euro da restituire;

Indeterminatezza contrattuale nel Regime Composto degli interessi: SUSSISTENTE

Sanzione corretta 117 TUB in Composto: Differenza Quote Interessi 1.131.222,32 + Differenza Debito Residuo 189.453,10 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 3.789,06 = TOT 1.324.464,48 euro da restituire;

Sanzione errata 1284 c.c. in Composto: Differenza Quote Interessi 884.088,51 + Differenza Debito Residuo 147.447,57 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 2.948,95 = TOT 1.034.485,03 euro da restituire;

Indeterminatezza contrattuale nel Regime Semplice degli interessi: SUSSISTENTE

Sanzione corretta 117 TUB in Semplice in t_0: Differenza Quote Interessi 1.154.446,96 + Differenza Debito Residuo 189.281,86 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 3.785,64 = TOT 1.347.514,46 euro da restituire;

Sanzione corretta 117 TUB in Semplice in t_m: Differenza Quote Interessi 1.211.577,69 + Differenza Debito Residuo 206.863,02 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 4.137,26 = TOT 1.422.577,97 euro da restituire;

Sanzione errata 1284 c.c. in Semplice in t_0: Differenza Quote Interessi 931.555,17 + Differenza Debito Residuo 148.159,08 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 2.963,18 = TOT 1.082.677,43 euro da restituire;

Sanzione errata 1284 c.c. in Semplice in t_m: Differenza Quote Interessi 1.033.541,13 + Differenza Debito Residuo 179.964,61 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 3.599,30 = TOT 1.217.105,04 euro da restituire.

EVIDENZIAZIONE DELL’USURA COLLEGATA ALLA SOLA FASE FISIOLOGICA DEL CONTRATTO

Usura contrattuale degli interessi corrispettivi per applicazione del Regime Composto degli interessi:

1) SUSSISTENTE NELLA FORMA CONCRETA considerando la truffa della rata in Semplice in t_m

2) SUSSISTENTE NELLA FORMA CONCRETA considerando la truffa della rata in Semplice in t_0.

Sanzione dell’usura contrattuale ex art. 1815 c.c.:

Pagamenti 4.737.755,99 + Debito Residuo 1.448.083,35 = TOT. Rimborsato alla Banca 6.185.839,34 euro;

TOT. Rimborsato alla Banca 6.185.839,34 – Somma Erogata 4.500.000,00 = TOT Quote Interessi 1.685.839,34 euro;

TOT Quote Interessi 1.685.839,34 + Commissione Estinzione Anticipata 29.949,34 = TOT 1.715.788,68 euro da restituire.

EVIDENZIAZIONE DELL’USURA COLLEGATA ALLA SOLA FASE PATOLOGICA DEL CONTRATTO

Usura contrattuale degli interessi moratori: SUSSISTENTE NELLA FORMA PRESUNTA perché il tasso di mora al momento del contratto (6,94%) è superiore a TSU (6,225%) ma vi è la presenza di una Clausola di Salvaguardia relativa ai soli interessi di mora.

Usura contrattuale degli interessi moratori per applicazione del Regime Composto degli interessi: SUSSISTENTE NELLA FORMA PRESUNTA con rata in Semplice sia in t_0 che in t_m ma vi è la presenza di una Clausola di Salvaguardia relativa ai soli interessi di mora.

Sanzione dell’usura contrattuale ex art. 1815 c.c.:

Pagamenti 4.737.755,99 + Debito Residuo 1.448.083,35 = TOT. Rimborsato alla Banca 6.185.839,34 euro;

TOT. Rimborsato alla Banca 6.185.839,34 – Somma Erogata 4.500.000,00 = TOT Quote Interessi 1.685.839,34 euro;

TOT Quote Interessi 1.685.839,34 + Commissione Estinzione Anticipata 29.949,34 = TOT 1.715.788,68 euro da restituire.

EVIDENZIAZIONE DELLA TRUFFA CONSUMATA PER VIOLAZIONE DEGLI ARTT. 821, COMMA 3 E 1374 C.C..

Truffa Consumata contrattuale per applicazione del Regime Composto degli interessi: SUSSISTENTE

Con TASSI EQUI (Euribor 1M360+T.Legale) con il Regime Semplice in t_0: Differenza Quote Interessi 554.381,76 + Differenza Debito Residuo 67.279,83 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 1.345,60 = TOT 623.007,19 euro da restituire;

Con TASSI EQUI (Euribor 1M360+T.Legale) con il Regime Semplice in t_m: Differenza Quote Interessi 756.352,89 + Differenza Debito Residuo 133.583,46 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 2.671,67 = TOT 892.608,02 euro da restituire;

Con TASSI EQUI (Euribor 1M365+T.Legale) con il Regime Semplice in t_0: Differenza Quote Interessi 550.440,80 + Differenza Debito Residuo 66.681,78 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 1.333,64 = TOT 618.456,22 euro da restituire;

Con TASSI EQUI (Euribor 1M365+T.Legale) con il Regime Semplice in t_m: Differenza Quote Interessi 753.944,96 + Differenza Debito Residuo 133.405,81 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 2.668,12 = TOT 890.018,89 euro da restituire;

Con TASSI Euribor 1M360 con il Regime Semplice in t_0: Differenza Quote Interessi 260.932,92 + Differenza Debito Residuo 13.954,89 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 279,10 = TOT 275.166,91 euro da restituire;

Con TASSI Euribor 1M360 con il Regime Semplice in t_m: Differenza Quote Interessi 604.215,80 + Differenza Debito Residuo 119.010,91+ Differenza Commissione Estinzione Anticipata 2.380,22 = TOT 725.606,93 euro da restituire;

Con TASSI Euribor 1M365 con il Regime Semplice in t_0: Differenza Quote Interessi 252.633,83 + Differenza Debito Residuo 12.545,91 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 250,92 = TOT 265.430,66 euro da restituire;

Con TASSI Euribor 1M365 con il Regime Semplice in t_m: Differenza Quote Interessi 600.004,56 + Differenza Debito Residuo 118.706,49 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 2.374,13 = TOT 721.085,18 euro da restituire;

Con TASSI BANCA con il Regime Semplice in t_0: Differenza Quote Interessi 196.062,80 + Differenza Debito Residuo -1.037,60 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata -20,75 = TOT 195.004,45 euro da restituire;

Con TASSI BANCA con il Regime Semplice in t_m: Differenza Quote Interessi 558.629,62 + Differenza Debito Residuo 111.991,27 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 2.239,83 = TOT 672.860,12 euro da restituire.

ASSENZA DELLA CLAUSOLA CONTRATTUALE DELL’ISC

Erroneità della percentuale dell’ISC contrattuale per applicazione del Regime Composto degli interessi: SUSSISTENTE in quanto manca l’indicatore in contratto. Essendo il cliente NON un CONSUMATORE e, quindi, è inapplicabile l’art. 124 TUB, sussiste una problematica su come quantificare la violazione della normativa di Trasparenza della Banca d’Italia. L’interprete può avere, comunque, un riferimento numerico usando l’art. 124 TUB.

Sanzione inapplicabile 124 TUB in Composto: Differenza Quote Interessi 983.415,35 + Differenza Debito Residuo 144.930,88 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 2.898,62 = TOT 1.131.244,85 euro;

Sanzione inapplicabile 124 TUB in Semplice in t_0: Differenza Quote Interessi 1.016.142,35 + Differenza Debito Residuo 145.289,49 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 2.905,79 = TOT 1.164.337,63 euro;

Sanzione inapplicabile 124 TUB in Semplice in t_m: Differenza Quote Interessi 1.083.569,30 + Differenza Debito Residuo 171.185,24 + Differenza Commissione Estinzione Anticipata 3.423,71 = TOT 1.258.178,25 euro.

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ESEMPIO DI INDETERMINATEZZA DEL TASSO CORRISPETTIVO CONTRATTUALE SIA NEL REGIME COMPOSTO SIA NEL REGIME SEMPLICE DEGLI INTERESSI (LEASING)

Cosa sappiamo fare: esempio di contenuto sia dell’ANALISI TECNICA COMPLETA sia dell’ANALISI GIURIDICA PARTICOLARE relativa ad un Leasing che attesta matematicamente, empiricamente e giuridicamente la possibilità di effettuare la contestazione della nullità parziale delle clausole convenzionali in relazione a: ● Indeterminatezze contrattuali in generale; ● Indeterminatezza contrattuale nel Regime Composto degli interessi; ● Indeterminatezza contrattuale nel Regime Semplice degli interessi.

Nel rinviare all’articolo TRIBUNALE DI NAPOLI, SENTENZA DEL 16-06-2020 N. 4102 dove il Dott. ETTORE PASTORE ALINANTE ha ridefinito sia il canone periodico sia il canone di riscatto nel REGIME SEMPLICE degli interessi con impostazione finale in t_m al posto del REGIME COMPOSTO del sistema FRANCESE, forniamo i dati reali di un contratto di LEASING IMMOBILIARE a tasso variabile concluso il 28/04/2009 che ha un un prezzo di acquisto di euro 851.700,00 comprensivo delle imposte ipotecarie e catastali oltre IVA.

Nel regolamento contrattuale si legge sia che la durata del finanziamento rateale è di 215 canoni ricorrenti mensili posticipati sia che l’importo del canone ricorrente alla data del 28/04/2009 è di euro 4.908,67 oltre ad IVA. Inoltre, nella convenzione pattizia è previsto che il canone iniziale da versare contestualmente alla data del 28/04/2009 è di euro 58.450,00 oltre ad IVA e che il canone finale da corrispondere nel caso di esercizio del diritto di opzione è di euro 83.500,00 oltre imposte.

Nel contratto sono presenti le seguenti norme convenzionali: “Il corrispettivo della locazione finanziaria è espresso in canoni, il cui ammontare è funzione – fra gli altri – della struttura dell’operazione intese in termini di costo di acquisto originario del bene, quota eventualmente versata alla stipula, durata della locazione, prezzo dell’opzione finale, periodicità dei pagamenti, del grado di rischio, di onerosità e complessità dell’operazione. Il parametro di riferimento individuato dalla Banca d’Italia per misurare l’onerosità di questo flusso di pagamenti è il “tasso leasing dell’operazione” definito come “il tasso interno di attualizzazione per il quale si verifica l’uguaglianza fra costo di acquisto del bene locato (al netto delle imposte) e valore attuale dei canoni e del prezzo dell’opzione finale di acquisto (al netto delle imposte) contrattualmente previsti. Per i canoni comprensivi dei corrispettivi per servizi accessori di natura non finanziaria o assicurativa andrà considerata solo la parte di canone riferita alla restituzione del capitale investito per l’acquisto del bene e dei relativi interessi”. Il tasso di attualizzazione è calcolato come tasso periodale espresso in termini di Tasso Nominale Annuo, sviluppato con la stessa periodicità dei canoni sulla base di un anno STANDARD di 365 gg composto di periodi (mesi, bimestri, trimestri o semestri) tutti eguali fra di loro, avendo convenzionalmente assunto come origine dei tempi per l’attualizzazione dei flussi la data di inizio di decorrenza stabilita dal contratto. Poiché al momento della stipula di norma né il cliente, né la concedente sono in grado di prevedere a quale data verrà effettuata la consegna del bene e pertanto a quali date matureranno effettivamente gli impegni di pagamento dei canoni periodici, in analogia a quanto stabilito per la rilevazione del TEG ai fini dell’usura, il calcolo del “tasso leasing” è stato effettuato ipotizzando la coincidenza fra la data di stipula e data di messa in decorrenza. In sostanza, la data di stipula è quella da scegliere quale data-origine dell’asse dei tempi lungo il quale effettuare i conteggi di attualizzazione del tasso interno al contratto così come definito dalle istruzioni della Banca d’Italia. Parimenti, nel caso di contratti indicizzati, l’importo dei canoni da attualizzare è stato assunto pari a quello previsto in sede di stipula indipendentemente dalle eventuali variazioni o conguagli che, a consultivo, questi ultimi subiranno durante la vita contrattuale in relazione all’andamento del parametro di indicizzazione contrattualmente concordato. Il “tasso leasing” (nominale) applicato sul presente contratto è pari al 4,00% (giusta la delibera Cicr 04-03-2003 e le istruzioni della Banca d’Italia 25-07-2003″.

Nel rinviare all’articolo VERITÀ MATEMATICHE INCONTROVERTIBILI 4 (E CONSEGUENTI INEQUIVOCABILTÀ GIURIDICHE) e all’articolo IL DIRITTO DEL CLIENTE DI OTTENERE GRATUITAMENTE NELL’ESECUZIONE DEL CONTRATTO (MA ANCHE DOPO) IL PIANO DI AMMORTAMENTO COMPLETO DI TUTTI I DATI, si evidenzia che SOLO nella fase di esecuzione del contratto il cliente ha avuto contezza dell’applicazione dell’illecito PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO della rata costante posticipata del sistema “FRANCESE” perché la convenzione pattizia NON ha allegato il PIANO DI AMMORTAMENTO: infatti, nel regolamento contrattuale non si specifica in alcun modo che i canoni leasing sono calcolati dalla concedente nel REGIME COMPOSTO e, cioè, con una modalità vietata dall’art. 821, comma 3 c.c.

Il contratto di LEASING IMMOBILIARE a tasso variabile concluso il 28/04/2009 è disciplinato, in particolare, sia dal TITOLO X rubricato “Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari” della CIRCOLARE BANCA D’ITALIA n. 229 del 21 aprile 1999, 9° Aggiornamento del 25 luglio 2003, in vigore dal 01/10/2003 al 02/03/2011, sia dalle ISTRUZIONI USURA della BANCA D’ITALIA 2006 (G.U. n. 74 del 29-03-2006) in vigore dal 01/04/2006 al 31/12/2009.

In merito alla “Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari”, si evidenzia che la norma contrattuale “Il tasso di attualizzazione è calcolato come tasso periodale espresso in termini di Tasso Nominale Annuo, sviluppato con la stessa periodicità dei canoni sulla base di un anno STANDARD di 365 gg composto di periodi (mesi, bimestri, trimestri o semestri) tutti eguali fra di loro, avendo convenzionalmente assunto come origine dei tempi per l’attualizzazione dei flussi la data di inizio di decorrenza stabilita dal contratto” viola sia la CIRCOLARE BANCA D’ITALIA n. 229 del 21 aprile 1999, 9° Aggiornamento del 25 luglio 2003 che prevede che nelle condizioni economiche dell’operazione siano indicati la “periodicità e modalità di calcolo degli interessi”, modalità che necessariamente deve essere quella dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” perché è espressamente stabilito che “Nelle operazioni attive e passive il calcolo degli interessi è eseguito con riferimento alla durata dell’anno civile, sia l’art. 821, comma 3, codice civile che impone letteralmente ex art. 12 delle preleggi, oltre la maturazione degli INTERESSI CORRISPETTIVI con il REGIME SEMPLICE, la modalità di conteggio dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” perché considera esattamente tutti i giorni dell’anno, interpretazione confermata dai principi di diritto espressi dalla giurisprudenza consolidata.

Questa violazione è provata matematicamente ed empiricamente perché il canone ricorrente alla data del 28/04/2009 di euro 4.908,67 è stato determinato dai bancari latu sensu nell’illecito REGIME COMPOSTO con l’illegale ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO COMMERCIALE.

Non solo, nel regolamento contrattuale non viene né evidenziato numericamente né delucidato espressamente come è calcolato il TASSO MENSILE nel REGIME COMPOSTO discendente dal “tasso leasing” (nominale) applicato sul presente contratto” del 4,00% come stabilito dalla CORTE D’APPELLO DI TORINO, SENTENZA DEL 16-04-2018 n. 699 e dalla giurisprudenza di merito che ha per oggetto i contratti di MUTUO: queste carenze informative violano sia la CIRCOLARE BANCA D’ITALIA n. 229 del 21 aprile 1999, 9° Aggiornamento del 25 luglio 2003 in vigore dal 01/10/2003 al 02/03/2011 che prevede l’indicazione del TASSO ANNUO EFFETTIVO, cioè di quel tasso che tiene “conto degli effetti della capitalizzazione”, sia la regola prevista dal PROTOTIPO FOGLIO INFORMATIVO in vigore dal 10/09/2009 al 31/10/2016 che stabilisce che “Se nel piano di ammortamento si applica il regime di capitalizzazione composta degli interessi, la conversione del tasso di interesse annuale i1 nel corrispondente tasso di interesse infrannuale i2 (e viceversa) segue la seguente formula di equivalenza intertemporale i2 = (1+i1)t1/t2 – 1”, cioè l’equazione corretta del PRINCIPIO DI EQUIVALENZA, sia le ISTRUZIONI USURA della BANCA D’ITALIA 2006 (G.U. n. 74 del 29-03-2006) in vigore dal 01/04/2006 al 31/12/2009 che impongono, per determinare l’aliquota del TEG FINANZIAMENTO, l’utilizzo dell’equazione del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” e con i tassi giornalieri equivalenti rispettosi della “formula di equivalenza intertemporale” del REGIME ANATOCISTICO.

Ulteriormente, si evidenzia che nel contratto NON è stato fissato pattiziamente in maniera espressa il vincolo di “un’epoca di riferimento” perché i bancari latu sensu, applicando il REGIME ANATOCISTICO, NON hanno ritenuto necessaria questa norma contrattuale (si ricorda che nel REGIME COMPOSTO, dato che quest’ultimo è una legge di interesse SCINDIBILE, il valore della rata costante posticipata che si determina con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 e quello che si specifica con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m è identico). Si rinvia per ulteriori delucidazioni empiriche all’articolo ESEMPIO DI INDETERMINATEZZA DEL TASSO CORRISPETTIVO CONTRATTUALE SIA NEL REGIME COMPOSTO SIA NEL REGIME SEMPLICE DEGLI INTERESSI (MUTUO).

Si mostra ora come si deve operare empiricamente da un punto di vista matematico per accertare l’INDETERMINATEZZA del “tasso leasing” (nominale) applicato sul presente contratto” del 4,00% allegando le stampate ufficiali del SOFTWARE DI CALCOLO COMPLETO di proprietà della Robyn Hode Italia.

Dato che nell’atto contrattuale la società di leasing indica un canone ricorrente di euro 4.908,67, un canone iniziale di euro 58.450,00, un canone finale di euro 83.500,00  e un TASSO LEASING ANNUALE del 4,00% senza delucidare il TASSO LEASING MENSILE, mostriamo come questa aliquota “nominale” sia stata calcolata dai Bancari latu sensu con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME COMPOSTO con il tasso mensile NON equivalente con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO COMMERCIALE (identicamente, in virtù del PRINCIPIO DI SCINDIBILITÀ, si determina la medesima percentuale del 4,00% impiegando il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m del REGIME COMPOSTO con il tasso mensile NON equivalente con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO COMMERCIALE).

Si evidenzia che il canone ricorrente di euro 4.908,67 ha un valore NON arrotondato di euro 4.908,66529165475 e, pertanto, i Bancari latu sensu avrebbero dovuto, per la precisione, indicare pattiziamente un “tasso leasing” (nominale) applicato sul presente contratto” del 4,00001079585808%.

Se i Bancari latu sensu avessero almeno rispettato la regola prevista dal PROTOTIPO FOGLIO INFORMATIVO in vigore dal 10/09/2009 al 31/10/2016 che stabilisce che “Se nel piano di ammortamento si applica il regime di capitalizzazione composta degli interessi, la conversione del tasso di interesse annuale i1 nel corrispondente tasso di interesse infrannuale i2 (e viceversa) segue la seguente formula di equivalenza intertemporale i2 = (1+i1)t1/t2 – 1”, cioè l’equazione corretta del PRINCIPIO DI EQUIVALENZA, con il canone iniziale di euro 58.450,00, il canone finale di euro 83.500,00  e il TASSO LEASING ANNUALE del 4,00% gli stessi avrebbero dovuto indicare in contratto un canone ricorrente di euro 4.877,52 applicando il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME COMPOSTO con il tasso periodale equivalente con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO COMMERCIALE.

Se i Bancari latu sensu avessero rispettato sia la regola prevista dal PROTOTIPO FOGLIO INFORMATIVO in vigore dal 10/09/2009 al 31/10/2016 che stabilisce che “Se nel piano di ammortamento si applica il regime di capitalizzazione composta degli interessi, la conversione del tasso di interesse annuale i1 nel corrispondente tasso di interesse infrannuale i2 (e viceversa) segue la seguente formula di equivalenza intertemporale i2 = (1+i1)t1/t2 – 1”, cioè l’equazione corretta del PRINCIPIO DI EQUIVALENZA, sia la CIRCOLARE BANCA D’ITALIA n. 229 del 21 aprile 1999, 9° Aggiornamento del 25 luglio 2003 che prevede che nelle condizioni economiche dell’operazione siano indicati la “periodicità e modalità di calcolo degli interessi”, modalità che necessariamente deve essere quella dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” perché è espressamente stabilito che “Nelle operazioni attive e passive il calcolo degli interessi è eseguito con riferimento alla durata dell’anno civile, con il canone iniziale di euro 58.450,00, il canone finale di euro 83.500,00  e il TASSO LEASING ANNUALE del 4,00% gli stessi avrebbero dovuto indicare in contratto un canone ricorrente di euro 4.877,80 applicando il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME COMPOSTO con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” con la data di inizio ammortamento coincidente alla data del contratto del 28/04/2009.

Viste le lacune contrattuali, vista la normativa della Banca d’Italia che obbliga l’uso del TASSO PERIODALE EQUIVALENTE nel REGIME COMPOSTO degli interessi o dell’indicazione del TASSO LEASING EFFETTIVO, sussiste l’INDETERMINATEZZA IN COMPOSTO del “tasso leasing” (nominale) applicato sul presente contratto” del 4,00%. Infatti, utilizzando correttamente le regole matematiche del PRINCIPIO DI EQUIVALENZA con il canone iniziale di euro 58.450,00 e il canone finale di euro 83.500,00, per determinare il canone ricorrente di euro 4.908,67 applicando il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME COMPOSTO con il tasso periodale equivalente con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO COMMERCIALE, occorre impiegare il TASSO LEASING EFFETTIVO del 4,0741654903493%.

È evidente che solo impiegando il TASSO LEASING EFFETTIVO del 4,0741654903493% con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME COMPOSTO con il tasso giornaliero equivalente con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO COMMERCIALE con il canone iniziale di euro 58.450,00 e il canone finale di euro 83.500,00, si ottiene il canone ricorrente di euro 4.908,67.

Analogamente, sussiste l’INDETERMINATEZZA IN COMPOSTO del “tasso leasing” (nominale) applicato sul presente contratto” del 4,00% perché i Bancari latu sensu non hanno rispettato anche la CIRCOLARE BANCA D’ITALIA n. 229 del 21 aprile 1999, 9° Aggiornamento del 25 luglio 2003 che prevede che nelle condizioni economiche dell’operazione siano indicati la “periodicità e modalità di calcolo degli interessi”, modalità che necessariamente deve essere quella dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” perché è espressamente stabilito che “Nelle operazioni attive e passive il calcolo degli interessi è eseguito con riferimento alla durata dell’anno civile. Infatti, utilizzando correttamente le regole matematiche del PRINCIPIO DI EQUIVALENZA con il canone iniziale di euro 58.450,00 e il canone finale di euro 83.500,00, per determinare il canone ricorrente di euro 4.908,67 applicando il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME COMPOSTO con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” con la data di inizio ammortamento coincidente alla data del contratto del 28/04/2009, occorre impiegare il TASSO LEASING EFFETTIVO del 4,073496138197%.

È evidente che, con il canone iniziale di euro 58.450,00 e il canone finale di euro 83.500,00, solo impiegando il TASSO LEASING EFFETTIVO del 4,073496138197% con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME COMPOSTO con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” con la data di inizio ammortamento coincidente alla data del contratto del 28/04/2009, si ottiene il canone ricorrente di euro 4.908,67.

In considerazione che la legge obbliga l’uso del REGIME SEMPLICE ex art. 821, comma 3, c.c., avendo i Bancari latu sensu precisato contrattualmente, con il canone iniziale di euro 58.450,00 e il canone finale di euro 83.500,00, un canone ricorrente di euro 4.908,67, sussiste l’INDETERMINATEZZA IN SEMPLICE del “tasso leasing” (nominale) applicato sul presente contratto” del 4,00%.

In altre parole, nel ricordare che il REGIME SEMPLICE NON è una legge di interesse SCINDIBILE e, quindi, il valore della rata costante posticipata che si determina con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0, cioè al momento della conclusione del contratto, ha un importo più alto di quello specificato con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m, cioè al momento del termine del contratto, entrambe le due modalità matematiche possono essere utilizzate in sostituzione perché sono rispettose sia dell’art. 821, comma 3, c.c. sia della volontà contrattuale che NON ha previsto la presenza del vincolo di “un’epoca di riferimento”.

Conseguentemente, con il canone iniziale di euro 58.450,00 e il canone finale di euro 83.500,00, per calcolare il canone ricorrente di euro 4.908,67 con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’Anno Civile “Corretto”, occorre impiegare il TASSO LEASING EFFETTIVO del 5,0706172175057% con la data di inizio ammortamento coincidente alla data del contratto del 28/04/2009.

È evidente che, con il canone iniziale di euro 58.450,00 e il canone finale di euro 83.500,00, solo impiegando il TASSO LEASING EFFETTIVO del 5,0706172175057% con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” con la data di inizio ammortamento coincidente alla data del contratto del 28/04/2009, si ottiene il canone ricorrente di euro 4.908,67.

L’INDETERMINATEZZA IN SEMPLICE, con il canone iniziale di euro 58.450,00 e il canone finale di euro 83.500,00, sussiste anche con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’Anno Civile “Corretto” perché, per ottenere il canone ricorrente di euro 4.908,67 con la data di inizio ammortamento coincidente alla data del contratto del 28/04/2009, occorre impiegare il TASSO LEASING EFFETTIVO del 7,2277731107242%.

È evidente che, con il canone iniziale di euro 58.450,00 e il canone finale di euro 83.500,00, solo impiegando il TASSO LEASING EFFETTIVO del 7,2277731107242% con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” con la data di inizio ammortamento coincidente alla data del contratto del 28/04/2009, si ottiene il canone ricorrente di euro 4.908,67.

Occorre stabilire quale sia la soluzione matematica corretta giuridicamente per rideterminare il rapporto dare/avere rispettoso sia della legge sia della volontà convenzionale tenendo in considerazione sia che l’art. 821, comma 3, codice civile impone letteralmente ex art. 12 delle preleggi, oltre la maturazione degli INTERESSI CORRISPETTIVI con il REGIME SEMPLICE, la modalità di conteggio dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” perché considera esattamente tutti i giorni dell’anno, interpretazione confermata dai principi di diritto espressi dalla giurisprudenza consolidata, sia che sussiste la mancanza del vincolo di “un’epoca di riferimento”  nel regolamento contrattuale, sia che il patto fra le parti prevede espressamente il canone ricorrente di euro 4.908,67 e il canone finale di euro 83.500,00 che sono volutamente parametrati fra loro dai contraenti in quanto gli unici comprensivi di una QUOTA INTERESSE.

In altre parole, la soluzione matematica corretta giuridicamente per rideterminare il rapporto dare/avere rispettoso sia della legge sia della volontà convenzionale NON può essere quella che utilizza sia il canone iniziale di euro 58.450,00 privo di QUOTA INTERESSI sia il canone finale di euro 83.500,00 comprensivo di QUOTA INTERESSE ricalcolando con il “tasso leasing” (nominale) applicato sul presente contratto” del 4,00% il solo canone ricorrente. Infatti, questa metodologia NON rispetta l’art. 821, comma 3, codice civile perché i Bancari latu sensu hanno precisato nel REGIME COMPOSTO la QUOTA INTERESSE del canone finale di euro 83.500,00 invece che nel REGIME SEMPLICE previsto da questa norma imperativa mai derogata. Non solo, se si usa questo metodo matematico, il cliente paga complessivamente maggiori interessi COMPLESSIVI rispetto alla soluzione corretta che modifica anche il canone finale.

Precisamente, se si modifica il solo canone ricorrente applicando il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” con la data di inizio ammortamento coincidente alla data del contratto del 28/04/2009, si ottiene un canone periodico di euro 4.599,78 e il TOTALE DEGLI INTERESSI EFFETTIVI è pari ad euro 279.203,73.

Invece, se si modifica il solo canone ricorrente applicando il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” con la data di inizio ammortamento coincidente alla data del contratto del 28/04/2009, si ottiene un canone periodico di euro 4.380,80 e il TOTALE DEGLI INTERESSI EFFETTIVI è pari ad euro 232.120,95.

La soluzione matematica corretta giuridicamente per rideterminare il rapporto dare/avere rispettoso sia dell’art. 821, comma 3, codice civile sia della volontà convenzionale conseguente al PARAMETRO discendente dalla precisazione in contratto del canone ricorrente di euro 4.908,67 e del canone finale di euro 83.500,00, è quella che utilizza il canone iniziale di euro 58.450,00 privo di QUOTA INTERESSI con il “tasso leasing” (nominale) applicato sul presente contratto” del 4,00% ricalcolando entrambi i canoni comprensivi della QUOTA INTERESSE.

In questo caso, applicando il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” con la data di inizio ammortamento coincidente alla data del contratto del 28/04/2009, si ottiene un canone ricorrente di euro 4.617,57, un canone finale di euro 78.548,21 e il TOTALE DEGLI INTERESSI EFFETTIVI è pari ad euro 278.075,13 con un risparmio di euro 1.128,60 (279.203,73278.075,13).

Invece, applicando il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” con la data di inizio ammortamento coincidente alla data del contratto del 28/04/2009, si ottiene un canone ricorrente di euro 4.409,82, un canone finale di euro 75.014,23 e il TOTALE DEGLI INTERESSI EFFETTIVI è pari ad euro 229.874,99 con un risparmio di euro 2.245,96 (232.120,95229.874,99).

Se è sancita dall’interprete la SOLA INDETERMINATEZZA IN COMPOSTO del “tasso leasing” (nominale) applicato sul presente contratto” del 4,00% perché i Bancari latu sensu non hanno rispettato la normativa di riferimento, la sanzione corretta da utilizzare è quella del TASSO BOT ANNUALE MINIMO tempo per tempo vigente come previsto espressamente anche dalla CORTE D’APPELLO DI TORINO, SENTENZA DEL 16-04-2018 n. 699 da applicarsi con il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” e con la data di inizio ammortamento del 01/12/2009 come da documento contrattuale tenendo in considerazione per la ricerca del valore del TASSO BOT MINIMO che la data del contratto è il 28/04/2009.

Se è invece sancita dall’interprete anche l’INDETERMINATEZZA IN SEMPLICE del “tasso leasing” (nominale) applicato sul presente contratto” del 4,00% perché i Bancari latu sensu non hanno rispettato l’art. 821, comma 3, codice civile, la sanzione corretta da utilizzare è sempre quella del TASSO BOT ANNUALE MINIMO tempo per tempo vigente. Questa sanzione però, vista la mancanza del vincolo di “un’epoca di riferimento”  nel regolamento contrattuale, deve essere applicata o con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME SEMPLICE  o con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE. Ovviamente, devono essere impiegati i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” e con la data di inizio ammortamento del 01/12/2009 come da documento contrattuale tenendo in considerazione per la ricerca del valore del TASSO BOT MINIMO che la data del contratto è il 28/04/2009.

Si allegano le stampate ufficiali del SOFTWARE DI CALCOLO COMPLETO di proprietà della Robyn Hode Italia che utilizza un DATABASE completo di tutti i TASSI DEI BOT.

In considerazione che l’ultima asta dei BOT disponibile è quella con regolamento del 14/07/2020 che presenta un rendimento medio ponderato dello -0,124%, si evidenzia che in tutti questi casi è da utilizzare il tasso annuale dello 0,00% (si rinvia all’articolo LA TRUFFA NEI PRESTITI RATEALI A TASSO VARIABILE QUANDO IL PARAMETRO ASSUME VALORE NEGATIVO). Inoltre, dato che deve essere usato il TASSO MINIMO dei BOT dei 12 mesi precedenti di DUE MINIMI, o quello della data del contratto o quello della data di pagamento, è certo l’impiego del tasso annuale dello 0,00% fino al pagamento del 01/07/2021 compreso. Per i pagamenti successivi a partire dal 01/08/2021, è stato adoperato l’ultimo valore certo disponibile, cioè quello dello 0,00%.

La sanzione del TASSO BOT ANNUALE MINIMO tempo per tempo vigente è stata determinata, sia nel REGIME COMPOSTO che nel REGIME SEMPLICE, utilizzando la soluzione matematica corretta giuridicamente per rideterminare il rapporto dare/avere rispettoso sia dell’art. 821, comma 3, codice civile sia della volontà convenzionale conseguente al PARAMETRO discendente dalla precisazione in contratto del canone ricorrente di euro 4.908,67 e del canone finale di euro 83.500,00, cioè impiegando la metodologia che utilizza il canone iniziale di euro 58.450,00 privo di QUOTA INTERESSI ricalcolando entrambi i canoni comprensivi della QUOTA INTERESSE con i vari TASSI BOT MINIMI.

La sanzione del TASSO BOT ANNUALE MINIMO tempo per tempo vigente calcolata con il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” presenta un TOTALE DEGLI INTERESSI EFFETTIVI da rimborsare pari ad euro 35.816,54 con un risparmio per il cliente di euro 309.796,50 rispetto al TOTALE DEGLI INTERESSI EFFETTIVI previsti in contratto (345.613,0435.816,54).

La sanzione del TASSO BOT ANNUALE MINIMO tempo per tempo vigente calcolata con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” presenta un TOTALE DEGLI INTERESSI EFFETTIVI da rimborsare pari ad euro 32.312,90 con un risparmio per il cliente di euro 313.300,14 rispetto al TOTALE DEGLI INTERESSI EFFETTIVI previsti in contratto (345.613,0432.312,90).

La sanzione del TASSO BOT ANNUALE MINIMO tempo per tempo vigente calcolata con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” presenta un TOTALE DEGLI INTERESSI EFFETTIVI da rimborsare pari ad euro 30.505,70 con un risparmio per il cliente di euro 315.107,34 rispetto al TOTALE DEGLI INTERESSI EFFETTIVI previsti in contratto (345.613,0430.505,70).

In conclusione, si evidenzia che la mancanza del vincolo di “un’epoca di riferimento”  nel regolamento contrattuale prova inequivocabilmente l’intenzione dolosa di applicare l’illecito REGIME COMPOSTO “al di là di ogni ragionevole dubbio” ex art. 533 c.p.p..

Si rinvia all’articolo LA VIOLAZIONE SISTEMATICA DELL’ART. 821, COMMA 3, C.C. DETERMINA IL TAROCCAMENTO AL RIALZO DEI TEGM E DEI TSU DEI FINANZIAMENTI RATEALI per un ulteriore dimostrazione empirica di disattenzione delle regole matematiche con il CONCORSO MORALE nei reati di TRUFFA e USURA dei bancari latu sensu della Banca d’Italia.

Si rinvia, inoltre, all’articolo PRINCIPIO DI EQUIVALENZA E PONDERAZIONI DEI PERIODI RATEALI, all’articolo VERITÀ MATEMATICHE INCONTROVERTIBILI 4 (E CONSEGUENTI INEQUIVOCABILTÀ GIURIDICHE), all’articolo LEVI 1953-1959 VINCOLO EPOCA DI RIFERIMENTO e all’articolo CORTE D’APPELLO DI TORINO, SENTENZA DEL 05-05-2020 n. 464.

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CORTE D’APPELLO DI TORINO, SENTENZA DEL 21-05-2020 n. 544

CORTE DI CASSAZIONE, SENTENZA DEL 20-05-2020 N. 9237

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ESEMPIO DI INDETERMINATEZZA DEL TASSO CORRISPETTIVO CONTRATTUALE SIA NEL REGIME COMPOSTO SIA NEL REGIME SEMPLICE DEGLI INTERESSI (MUTUO)

Cosa sappiamo fare: esempio di contenuto sia dell’ANALISI TECNICA COMPLETA sia dell’ANALISI GIURIDICA PARTICOLARE relativa ad un Mutuo che attesta matematicamente, empiricamente e giuridicamente la possibilità di effettuare la contestazione della nullità parziale delle clausole convenzionali in relazione a: ● Indeterminatezze contrattuali in generale; ● Indeterminatezza contrattuale nel Regime Composto degli interessi; ● Indeterminatezza contrattuale nel Regime Semplice degli interessi.

Forniamo i dati reali di un mutuo erogato il 16 dicembre 2003 di euro 4.500.000,00.

Nell’atto notarile si legge sia che la durata del finanziamento rateale è di 174 rate mensili posticipate sia che la rata alla data del contratto è di euro 35.120,43.

Inoltre, si legge nella convenzione che il TASSO ANNUO NOMINALE impiegato per la determinazione della rata mensile posticipata alla data del rogito è del 4,44%. Nel regolamento contrattuale non viene né evidenziato numericamente né delucidato espressamente come è calcolato il TASSO MENSILE nel REGIME COMPOSTO discendente dal TASSO ANNUO NOMINALE del 4,44% utilizzato per precisare la rata di euro 35.120,43.

Ancora, nella convenzione pattizia non è indicato né il TASSO EFFETTIVO ANNUALE né l’INDICATORE SINTETICO DI COSTO. Ovviamente, quest’ultimo parametro è ininfluente per verificare l’INDETERMINATEZZA del tasso corrispettivo.

Ulteriormente, si evidenzia che nell’atto di erogazione NON è stato fissato pattiziamente in maniera espressa il vincolo di “un’epoca di riferimento” perché i bancari latu sensu, applicando il REGIME ANATOCISTICO, NON hanno ritenuto necessaria questa norma contrattuale (si ricorda che nel REGIME COMPOSTO, dato che quest’ultimo è una legge di interesse SCINDIBILE, il valore della rata costante posticipata che si determina con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 e quello che si specifica con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m è identico).

Si mostra ora come si deve operare empiricamente da un punto di vista matematico per accertare l’INDETERMINATEZZA del tasso corrispettivo allegando le stampate ufficiali del SOFTWARE DI CALCOLO COMPLETO di proprietà della Robyn Hode Italia. Ovviamente, questi conteggi sono possibili anche con il SOFTWARE GRATUITO DI CALCOLO di questo sito internet.

Dato che nell’atto di mutuo la banca indica una rata di euro 35.120,43 senza delucidare il TASSO MENSILE, mostriamo come questa rata costante posticipata sia stata calcolata dai Bancari latu sensu con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME COMPOSTO con il tasso mensile NON equivalente con la ponderazione dei periodi rateali dell’Anno Commerciale e, cioè, con la rata 08bis della sezione A del SOFTWARE GRATUITO DI CALCOLO.

Si allega anche il prospetto che specifica l’identica rata di euro 35.120,43 con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m del REGIME COMPOSTO con il tasso mensile NON equivalente con la ponderazione dei periodi rateali dell’Anno Commerciale.

Viste le lacune contrattuali, vista la normativa della Banca d’Italia che obbliga l’uso del TASSO PERIODALE EQUIVALENTE nel REGIME COMPOSTO degli interessi o dell’indicazione del TASSO ANNUO EFFETTIVO (Prototipo Foglio Informativo), sussiste l’INDETERMINATEZZA IN COMPOSTO del tasso corrispettivo. Infatti, utilizzando correttamente le regole matematiche del PRINCIPIO DI EQUIVALENZA per determinare la rata di euro 35.120,43, occorre impiegare il tasso annuo del 4,531477026982264%. Questo tasso si determina nella sezione B del SOFTWARE GRATUITO DI CALCOLO.

È evidente che impiegando il tasso annuo del 4,531477026982264% con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME COMPOSTO con il tasso giornaliero equivalente con la ponderazione dei periodi rateali dell’Anno Commerciale, cioè la rata 07 della sezione A del SOFTWARE GRATUITO DI CALCOLO, oppure con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME COMPOSTO con il tasso mensile equivalente con la ponderazione dei periodi rateali dell’Anno Commerciale, cioè la rata 07bis della sezione A del SOFTWARE GRATUITO DI CALCOLO, si ottiene la rata contrattuale di euro 35.120,43.

In considerazione che la legge obbliga l’uso del REGIME SEMPLICE ex art. 821, comma 3, c.c. per determinare la rata costante posticipata, avendo la banca precisato contrattualmente la rata di euro 35.120,43, sussiste l’INDETERMINATEZZA IN SEMPLICE del tasso corrispettivo.

In altre parole, nel ricordare che il REGIME SEMPLICE NON è una legge di interesse SCINDIBILE e, quindi, il valore della rata costante posticipata che si determina con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0, cioè al momento della conclusione del contratto, ha un importo più alto di quello specificato con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m, cioè al momento del termine del contratto, entrambe le due modalità matematiche possono essere utilizzate in sostituzione perché sono rispettose sia dell’art. 821, comma 3, c.c. sia della volontà contrattuale che NON ha previsto la presenza del vincolo di “un’epoca di riferimento”.

Conseguentemente, per calcolare la rata di euro 35.120,43 con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’Anno Civile “Corretto”, occorre impiegare il tasso annuo del 5,428265227477345192668%. Questo tasso si determina nella sezione B del SOFTWARE GRATUITO DI CALCOLO.

È evidente che utilizzando il tasso annuo del 5,428265227477345192668% con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’Anno Civile “Corretto” e PDA LINEARE Bonferroni/Levi, cioè la rata 09A della sezione A del SOFTWARE GRATUITO DI CALCOLO, si ottiene la rata contrattuale di euro 35.120,43. Ovviamente, lo stesso importo lo si determina anche adoperando il medesimo tasso con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’Anno Civile “Corretto” e PDA LINEARE A FIGURATO N, cioè la rata 09 della sezione A del SOFTWARE GRATUITO DI CALCOLO.

L’INDETERMINATEZZA IN SEMPLICE del tasso corrispettivo sussiste anche precisando la rata di contrattuale di euro 35.120,43 con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’Anno Civile “Corretto” impiegando il tasso annuo del 7,59869320123086680457%. Questo tasso si determina nella sezione B del SOFTWARE GRATUITO DI CALCOLO.

È evidente che impiegando il tasso annuo del 7,59869320123086680457% con il PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE con i tassi giornalieri equivalenti con la ponderazione dei periodi rateali dell’Anno Civile “Corretto” e PDA LINEARE Varoli, cioè la rata 12 della sezione A del SOFTWARE GRATUITO DI CALCOLO, si ottiene la rata contrattuale di euro 35.120,43.

In conclusione, si evidenzia che la mancanza del vincolo di “un’epoca di riferimento”  nel regolamento contrattuale prova inequivocabilmente l’intenzione dolosa di applicare l’illecito REGIME COMPOSTO “al di là di ogni ragionevole dubbio” ex art. 533 c.p.p..

Si rinvia all’articolo LA VIOLAZIONE SISTEMATICA DELL’ART. 821, COMMA 3, C.C. DETERMINA IL TAROCCAMENTO AL RIALZO DEI TEGM E DEI TSU DEI FINANZIAMENTI RATEALI per un ulteriore dimostrazione empirica di disattenzione delle regole matematiche con il CONCORSO MORALE nei reati di TRUFFA e USURA dei bancari latu sensu della Banca d’Italia.

Si rinvia, inoltre, all’articolo PRINCIPIO DI EQUIVALENZA E PONDERAZIONI DEI PERIODI RATEALI, all’articolo VERITÀ MATEMATICHE INCONTROVERTIBILI 4 (E CONSEGUENTI INEQUIVOCABILTÀ GIURIDICHE), all’articolo LEVI 1953-1959 VINCOLO EPOCA DI RIFERIMENTO , all’articolo CORTE D’APPELLO DI TORINO, SENTENZA DEL 05-05-2020 n. 464 e all’articolo ESEMPIO DI INDETERMINATEZZA DEL TASSO CORRISPETTIVO CONTRATTUALE SIA NEL REGIME COMPOSTO SIA NEL REGIME SEMPLICE DEGLI INTERESSI (LEASING).

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IL PIANO DI AMMORTAMENTO “FRANCESE” DELLA RATA COSTANTE POSTICIPATA È ILLECITO CIVILMENTE E PENALMENTE


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L’INCASSO AMPLIFICATO NEI FINANZIAMENTI RATEALI DI INTERESSI CORRISPETTIVI PER EFFETTO DI ARTIFICI CONTABILI TRUFFALDINI NEL REGIME COMPOSTO

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IL MECCANISMO SECONDARIO DI ANATOCISMO NEI FINANZIAMENTI RATEALI DELL’EURIBOR NEL PERIODO SETTEMBRE 2005 – MAGGIO 2008

Il Tribunale di Chieti, nella persona del Giudice Dott. Gianluca Falco, ha stabilito con la sentenza del 04-09-2019 n. 565 e con la sentenza del 24-03-2020 n. 216 che nei mutui a tasso variabile è nulla la clausola relativa al tasso Euribor nel periodo 29/09/2005 al 30/05/2008 per effetto dell’alterazione dell’Euribor come accertato dalla decisione della Commissione Antitrust Europea – Direzione Generale della Concorrenza C(2013) 8512\1 in data 4.12.2013 nel caso AT39914. Il tasso Euribor deve essere sostituito con il tasso legale tempo per tempo vigente, ai sensi degli artt. 1346/1284 III comma c.c., non già con il tasso sostitutivo di cui all’art. 117 comma VII TUB, applicabile soltanto nelle diverse ipotesi di “inosservanza del comma 4”.

Identicamente si è pronunciato il Tribunale di Ancona, sentenza del 18-08-2020 n. 1056, nella persona del Giudice Dott. Rosario Vizzari, che ha stabilito che “Passando poi all’esame della richiesta declaratoria di nullità dei contratti di mutuo per violazione della normativa antitrust (legge n. 287/1990) si osserva: il parametro EURIBOR richiamato nei mutui de quo e salvi ulteriori accertamenti che saranno eseguiti nel proseguo di causa, è NULLO per contrarietà a norme imperative della clausola del mutuo di cui è causa nel periodo nel quale si è realizzata la succitata condotta anticoncorrenziale e NULLO per indeterminatezza come accertato dal provvedimento dell’Antitrust Europea C(2013)8512/1 in data 04.12.2013 nel caso AT\39914, e per l’effetto occorrerà sostituire il tasso corrispettivo e di mora pattuito nei mutui per cui è causa con il tasso legale ex art. 1284 co. 3^ c.c.. … (…) … La durata dell’illecito è stato accertato dalla Commissione dal 29/09/2005 al 30/05/2008 (e successivi semestri di applicazione), dovendosi di conseguenza ritenere la legittimità del tasso Euribor negli altri periodi non oggetto degli accertamenti della Commissione Europea.”

Quanto alla responsabilità penale per TRUFFA dei BANCARI latu sensu per aver usato con l’illecito PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO i valori dell’EURIBOR manipolati al rialzo da un cartello anticoncorrenziale nel periodo 2005-2008, l’intensità della VOLONTÀ DOLOSA si aggrava certamente per le persone colpevoli delle banche sicuramente coinvolte nell’aggiotaggio (BarclaysDeutsche BankRBS e Société Générale) e probabilmente implicate (Crédit AgricoleHSBC JP Morgan) perché il loro operare è strettamente collegato all’incasso di ulteriori INTERESSI EFFETTIVI CORRISPETTIVI truffaldini. Invece, il dolo intenzionale della TRUFFA dei BANCARI latu sensu degli intermediari non coinvolti direttamente nel cartello anticoncorrenziale non si intensifica per l’utilizzo dei valori dell’EURIBOR manipolati al rialzo solo nel caso che questi soggetti provano di essere all’oscuro dell’aggiotaggio. Ovviamente, dato che sussiste la colpevolezza di aver usato l’illecito PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO, il quantitativo della TRUFFA CONSUMATA che si amplifica per aver beneficiato di un comportamento criminoso altrui, configura il reato di RICETTAZIONE ex art. 648 c.p..

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IL PRINCIPIO DI EQUITÀ CON IMPOSTAZIONE INIZIALE IN T_0 DEL REGIME COMPOSTO DEL SISTEMA FRANCESE COINCIDE CON LE FORMULE SIA DEL TEG SIA DEL TAEG-ISC


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EVIDENZIAZIONE DELL’USURA COLLEGATA ALLA SOLO FASE FISIOLOGICA DEL CONTRATTO


CONSUMAZIONE DEL REATO DI USURA

In primis, nella motivazione della sentenza della Cass. Pen. Sez. II del 28/06/2011 n. 33331 si riassumono i principi di diritto della giurisprudenza di legittimità con riferimento al momento di CONSUMAZIONE del reato di USURA che “… (…) … si configura come reato a schema duplice e, quindi, si perfeziona o con la sola accettazione della promessa degli interessi o degli altri vantaggi usurari, non seguita dalla effettiva dazione degli stessi, ovvero, quando questa segua, con l’integrale adempimento dell’obbligazione usuraria (Sez. F, Sentenza n. 32362 del 19/08/2010, Scuto, Rv. 248142); il reato di usura rientra nel novero dei reati a condotta frazionata o a consumazione prolungata perché i pagamenti effettuati dalla persona offesa in esecuzione del patto usurario compongono il fatto lesivo penalmente rilevante, di cui segnano il momento consumativo sostanziale, e non sono qualificabili come post factum non punibile dell’illecita pattuizione (Sez. 2, n. 33871 del 02/07/2010, Dodi, Rv. 248132); il delitto di usura si configura come un reato a schema duplice, costituito da due fattispecie – destinate strutturalmente l’una ad assorbire l’altra con l’esecuzione della pattuizione usuraria – aventi in comune l’induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, delle quali l’una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito e l’altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato. Ne consegue che nella prima il verificarsi dell’evento lesivo del patrimonio altrui si atteggia non già ad effetto del reato, più o meno esteso nel tempo in relazione all’eventuale rateizzazione del debito, bensì ad elemento costitutivo dell’illecito il quale, nel caso di integrale adempimento dell’obbligazione usuraria, si consuma con il pagamento del debito, mentre nella seconda, che si verifica quando la promessa del corrispettivo, in tutto o in parte, non viene mantenuta, il reato si perfeziona con la sola accettazione dell’obbligazione rimasta inadempiuta. Ne deriva, in tema di PRESCRIZIONE, che il relativo termine decorre dalla data in cui si è verificato l’ultimo pagamento degli interessi usurari. (Sez. 2, n. 38812 del 01/10/2008, Barreca, Rv. 241452); in tema di usura, quando tra le stesse persone le dazioni di denaro successive alla scadenza delle precedenti non costituiscono l’esecuzione della iniziale promessa, ma del rinnovo del patto usurario con la rifissazione del capitale in diverso importo e dei conseguenti interessi, trattandosi della conclusione di patti successivi, anche se occasionalmente promananti dalla scadenza dei precedenti, si è in presenza di un reato continuato di usura (Sez. 6, n. 1601 del 27/04/1998, Leoni, Rv. 213410; Sez. 2, n. 5633 del 18/02/1988, Mascioli, Rv. 178350).” Inoltre, sempre con riferimento al momento di CONSUMAZIONE, le motivazioni della sentenza della Cass. Pen. Sez. II del 27/10/2015 n. 45642hanno stabilito che “sebbene il reato di usura possa ritenersi consumato anche con la sola pattuizione degli interessi oltre soglia, purtuttavia, per integrarsi il “profitto” è necessario il conseguimento di un profitto patrimoniale da parte dell’autore del fatto. In tal senso corretto è il richiamo all’assunto di questa Corte Suprema, condiviso anche dall’odierno Collegio, secondo il quale “in tema di usura, il profitto confiscabile ai sensi dell’art. 644 c.p., u.c., identificandosi secondo la generale nozione di profitto del reato nell’effettivo arricchimento patrimoniale già conseguito, ed in rapporto di immediata e diretta derivazione causale dalla condotta illecita concretamente contestata, coincide con gli interessi usurari concretamente corrisposti…” (Cass. Sez. 6, sent. n. 45090 del 02/10/2014, dep. 30/10/2014, Rv. 260665)”. Conseguentemente, dato che ex art. 644-terLa prescrizione del reato di usura decorre dal giorno dell’ultima riscossione sia degli interessi che del capitale” [1] e in considerazione che dal 08/12/2005 il vigente art. 157, comma 1 e 2, c.p. prevede che “1. La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria. 2. Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato, senza tener conto della diminuzione per le circostanze attenuanti e dell’aumento per le circostanze aggravanti, salvo che per le aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria e per quelle ad EFFETTO SPECIALE, nel qual caso si tiene conto dell’aumento massimo di pena previsto per l’aggravante[2], la CONSUMAZIONE del delitto di USURA nella forma “PRESUNTA” ex art. 644, comma 3, primo periodo, c.p. o nella forma in “CONCRETO” ex art. 644, comma 3, secondo periodo, c.p. si prescrive ordinariamente in 10 anni perché dal 08/12/2005 il vigente art. 644, comma 1, c.p. stabilisce che “Chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo 643, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la reclusione da due a dieci anni e con la multa da euro 5.000 a euro 30.000”. Ugualmente, la CONSUMAZIONE del delitto di USURA si prescrive ordinariamente fino al 07/12/2005 in 10 anni se non vi sono aggravanti o attenuanti [3]. Dato che però sussiste per i FINANZIAMENTI RATEALI l’aggravante ad EFFETTO SPECIALE di cui all’art. 644, comma 5, n. 1, c.p. che stabilisce “Le pene per i fatti di cui al primo e secondo comma sono aumentate da un terzo alla metà: 1) se il colpevole ha agito nell’esercizio di una ATTIVITÀ PROFESSIONALE, BANCARIA o di INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA MOBILIARE”, la CONSUMAZIONE del delitto di USURA si prescrive dal 08/12/2005 in 15 anni. Identicamente, per i contratti di prestito rateale conclusi fino al 07/12/2005, la prescrizione con l’aggravante ad EFFETTO SPECIALE di cui all’art. 644, comma 5, n. 1, c.p. è di 15 anni. Quanto al dies a quo della prescrizione, nell’ipotesi di RIMBORSO COMPLETO, decorre dalla data di pagamento effettivo dell’ULTIMA RATA prevista dal contratto di finanziamento rateale originario, nel caso di ESTINZIONE ANTICIPATA, di SURROGAZIONE e di RISOLUZIONE PER INADEMPIMENTO DEL FINANZIATO, decorre dalla data di pagamento effettivo del DEBITO RESIDUO conseguente all’applicazione del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO che determina in certe situazioni anche l’ulteriore e distinta TRUFFA dei DEBITI RESIDUI e, nell’eventualità di RINEGOZIAZIONE CONTRATTUALE o EXTRACONTRATTUALE effettuata nel REGIME ANATOCISTICO con utilizzo del DEBITO RESIDUO conseguente all’applicazione del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO che ingloba l’ulteriore e distinta TRUFFA dei DEBITI RESIDUI, decorre dalla data di pagamento effettivo dell’ULTIMA RATA prevista dal contratto di finanziamento rateale rinegoziato RIMBORSATO INTERAMENTE.Ancora, in considerazione che la Cass. Pen. Sez. II del 23/11/2011 n. 46669 nelle sue motivazioni ha stabilito che “… (…) … una volta accertata la sussistenza del fatto reato sotto il PROFILO OGGETTIVO da parte degli istituto di credito, trattandosi comunque di illecito avente rilevanza civilistica, non rileva, ai FINI RISARCITORI, che non sia stato accertato il RESPONSABILE PENALE della condotta illecita, in quanto l’AZIONE RISARCITORIA CIVILE ben potrà essere espletata nei confronti degli istituti interessati che rispondono, comunque, ex art. 1118 e 1228 c.c., del fatto dei propri dipendenti. Il rilievo della personalità dell’attività bancaria sbiadisce mentre emerge il ruolo preponderante svolto dalla corretta PROCEDURALIZZAZIONE di un’attività collettiva, comunque imputabile all’istituto. Su questa base la responsabilità della banca sussiste per il solo fatto che il danno ingiusto si è verificato per una condotta comunque alla stessa imputabile, dovendosi limitare l’apprezzamento della CONDOTTA DOLOSA o COLPOSA (poco importa tale distinzione ai fini civilistici), alla comparazione tra standards normativicome nella fattispecie in cui viene in rilievo la violazione dell’art. 644 c.p., comma 4, – situazione concreta, idonea a far ricadere sulla banca anche il rischio dei c.d. “DANNI ANONIMI”, cioè di cui non sia stato individuato il responsabile”, dato che la sentenza della Cassazione Civile dello 06/02/2004 n. 2301 ha decretato che “il beneficio del pagamento rateale è solo una modalità prevista per favorire il mutuatario attraverso l’assolvimento ripartito nel tempo della propria obbligazione, ma non consegue l’effetto di frazionare il debito in tante autonome obbligazioni e, quindi, “il debito non può considerarsi scaduto prima della scadenza dell’ultima rata” e, visto che, la sentenza della Cassazione Civile del 30/08/2011 n. 17798 ha sancito che “nel contratto di mutuo la prescrizione del diritto al rimborso della somma mutuata inizia a decorrere dalla scadenza dell’ultima rata, atteso che il pagamento dei ratei configura un’obbligazione unica ed il relativo debito non può considerarsi scaduto prima della scadenza dell’ultima rata”, l’azione di ripetizione dell’an debeatur del solo reato-fine di USURA si prescrive ex art. 2946, c.c. in 10 anni con dies a quo dalle date sopra precisate in quanto trattasi di un’azione di ripetizione di indebito oggettivo ex art. 2033 c.c. [4]. Inoltre, la sentenza della Cassazione Civile del 17/08/2016 n. 17150 ha sancito nella sua motivazione per i contratti conclusi precedentemente all’entrata in vigore della Legge del 7/03/1996 n. 108 che “In tema di INTERESSI USURARI, le norme che prevedono la nullità dei patti contrattuali che determinano la misura degli interessi in tassi così elevati da raggiungere la soglia dell’usura (introdotte, rispettivamente, con la L. 17 febbraio 1992, n. 154, art. 4, poi trasfuso nel D.Lgs. 1 settembre 1983, n. 385, art. 117, e con la L. 7 marzo 1996, n. 108, art. 4 [5]), pur non essendo retroattive, in relazione ai contratti conclusi prima della loro entrata in vigore, comportano la inefficacia ex nunc delle clausole dei contratti stessi, sulla base del semplice rilievo – operabile anche d’ufficio dal giudice – che il rapporto giuridico non si sia esaurito prima ancora dell’entrata in vigore di tali norme e che il credito della banca si sia anch’esso cristallizzato precedentemente aderendo al principio di diritto che stabilisce che “relativamente ad un rapporto contrattuale di durata, l’intervento nel corso di essa, di una nuova disposizione di legge diretta a porre, rispetto al possibile contenuto del regolamento contrattuale, una nuova norma imperativa condizionante l’autonomia contrattuale delle parti nel regolamento del contratto, in assenza di una norma transitoria che preveda l’ultrattività della previgente disciplina normativa non contenente la norma imperativa nuova, comporta che la contrarietà a quest’ultima del regolamento contrattuale non consente più alla clausola di operare, nel senso di giustificare effetti del regolamento contrattuale che non si siano già prodotti, in quanto, ai sensi dell’art. 1339 c.c., il contratto, per quanto concerne la sua efficacia normativa successiva all’entrata in vigore della norma nuova, deve ritenersi assoggettato all’efficacia della clausola imperativa da detta norma imposta, la quale sostituisce o integra per l’avvenire (cioè per la residua durata del contratto) la clausola difforme, relativamente agli effetti che il contratto dovrà produrre e non ha ancora prodotto (Sez. 3, Sentenza n. 1689 del 2006)”.

COMPETENZA TERRITORIALE DEL REATO-FINE DI USURA

In merito alla COMPETENZA TERRITORIALE del reato-mezzo di TRUFFA, nel Paragrafo 11 della Perizia Asseverata generalizzata si è evidenziato che nel caso di un finanziamento rateale la consumazione del reato autonomo permanente di TRUFFA CONSUMATA comincia con il pagamento effettivo della 1° RATA determinata con il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO che ingloba gli interessi CORRISPETTIVI ANATOCISTICI vietati dalla NORMATIVA CIVILE e, quindi, la COMPETENZA TERRITORIALE è del luogo dove avviene questo 1° RIMBORSO truffaldino, ad esempio, nella filiale della banca dove c’è il conto corrente del finanziato in cui sono addebitate automaticamente le rate del prestito. Identicamente, per il reato autonomo di TENTATA TRUFFA deve essere utilizzata la COMPETENZA TERRITORIALE del reato autonomo permanente di TRUFFA CONSUMATA [6]. Quanto alla COMPETENZA TERRITORIALE del reato-fine di USURA, occorre riferirsi al principio di diritto consolidato che stabilisce che “in tema di usura, qualora alla promessa segua – mediante la rateizzazione degli interessi convenuti – la dazione effettiva di essi, questa non costituisce un post factum penalmente non punibile, ma fa parte a pieno titolo del fatto lesivo penalmente rilevante e segna, mediante la concreta e reiterata esecuzione dell’originaria pattuizione usuraria, il MOMENTO CONSUMATIVO “SOSTANZIALE” del reato, necessariamente realizzandosi, così, una situazione non assimilabile alla categoria del reato eventualmente permanente, ma configurabile secondo il duplice e alternativo schema della fattispecie tipica del reato, che pure mantiene intatta la sua natura unitaria e istantanea, ovvero con riferimento alla struttura dei delitti cosiddetti a condotta frazionata o a consumazione prolungata” (sentenza di Cass. Pen. Sez. I del 19/10/1998 n. 11055; sentenza di Cass. Pen. Sez. II del 13/10/2005 n. 41045; sentenza di Cass. Pen. Sez. II del 10/17/2008 n. 34910). Conseguentemente, nel caso di un finanziamento rateale, la consumazione “SOSTANZIALE” comincia con il pagamento effettivo della 1° RATA determinata con il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO che ingloba gli interessi CORRISPETTIVI ANATOCISTICI vietati dalla NORMATIVA CIVILE e, quindi, la COMPETENZA TERRITORIALE è del luogo dove avviene questo 1° RIMBORSO truffaldino e usurario, ad esempio, nella filiale della banca dove c’è il conto corrente del finanziato in cui sono addebitate automaticamente le rate del prestito. Solo laddove difetti l’elemento della riscossione dei ratei usurari deve aversi riguardo al momento e al luogo del perfezionamento dell’accordo. Ovviamente, ai fini della COMPETENZA TERRITORIALE del reato di USURA, di nessuna importanza riveste la sede legale ove operano i vertici dell’intermediario.

QUESTIONI GIURIDICHE, MATEMATICHE ED EMPIRICHE RELATIVE ALLUSURA CONTRATTUALE CONNESSA AL TASSO CORRISPETTIVO E AL TASSO MORATORIO

Per argomentare le questioni giuridiche, matematiche ed empiriche relative all’USURA CONTRATTUALE connessa al TASSO CORRISPETTIVO e al TASSO MORATORIO, si utilizzano i principi di diritto espressi dalla sentenza della Cassazione CivileSezione Unite, del 18/09/2020 n. 19597 evidenziati nell’articolo del nostro sito internet a cui si rinvia.

Quanto all’an debeatur del solo reato-fine di USURACONTRATTUALE, il rapporto tra l’art. 644, c.p. e l’art. 1815, comma 2, c.c. (l’attuale formulazione del comma “… (…) … non sono dovuti interessi” è stata introdotta dall’art. 4 della Legge 07/03/1996 n. 108 che ha sostituito la versione precedente che prevedeva “… (…) … sono dovuti solo nella misura legale”) concerne la convergenza tra le norme di diritto privato che regolano la materia contrattuale e le norme incriminatrici che prevedono fattispecie in cui un elemento costitutivo è rappresentato dal contratto. Secondo la teoria generale del diritto, tra NORMA PENALE e NORMA CIVILE è riscontrabile il fenomeno del concorso reale di norme che possono essere in rapporto di specialità reciproca. Dato che sussiste autonomia tra DIRITTO CIVILE e DIRITTO PENALE, nell’eventualità che una norma di diritto privato ha nella descrizione della fattispecie un elemento previsto dalla norma incriminatrice, occorre preliminarmente verificare il significato attribuito al concetto penalistico e, successivamente, esaminare se la stessa nozione richiamata nella norma privatistica ha la stessa accezione oppure deve essere modulata in senso funzionale rispetto alle finalità perseguite dalla norma penale ampliando o restringendo l’ambito applicativo. L’attuale art. 1815, comma 2, prima parte, c.c. nel prevedere che “Se sono convenuti interessi usurari, … (…) …” richiama l’attuale art. 644, comma 1, c.p. che stabilisce che “Chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo 643, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la reclusione da due a dieci anni e con la multa da euro 5.000 a euro 30.000” mentre l’art. 1815, comma 2, seconda parte, c.c. che sancisce che “… (…) … la clausola è nulla e non sono dovuti interessi” richiama l’attuale art. 644, comma 4, c.p. che decreta che “Per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle COMMISSIONI, REMUNERAZIONI a qualsiasi titolo e delle SPESE, escluse quelle per IMPOSTE e TASSE, collegate alla erogazione del credito. Dato che la previsione normativa di una SANZIONE presuppone necessariamente la valutazione dell’elemento psicologico con il quale è compiuto il comportamento contrario alla legge, la formula sintetica civilistica “Se sono convenuti interessi usurari” è indiscutibilmente sovrapponibile alla fattispecie delineata dall’attuale art. 644, comma 1, c.p. e, precisamente, richiama sia l’ELEMENTO OGGETTIVO rappresentato dalla pattuizione usuraria sia l’ELEMENTO SOGGETTIVO costituito dalla consapevolezza e volontà della natura usuraria del tasso di interesse stabilito con il contratto. In altre parole, l’art. 1815, comma 2, prima parte, c.c. prevede la stessa fattispecie sanzionata dall’art. 644, comma 1, c.p. e, quindi, entrambe le norme proteggono, contestualmente, interessi di natura generale e particolare, cioè il legislatore sanziona la stipula di un contratto che prevede il pagamento di una somma di “interessi usurari” che incide negativamente sia sul regolare funzionamento del mercato del credito perché idonea a determinare un aumento esponenziale del debito sia sulla libertà di autodeterminazione negoziale e sull’integrità del patrimonio del singolo finanziato. Viste queste premesse, occorre ora verificare se il concetto civilistico “… (…) … la clausola è nulla e non sono dovuti interessi” deve essere ampliato in senso funzionale per rispettare le finalità perseguite dalla norma penale che stabilisce che“per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle COMMISSIONI, REMUNERAZIONI a qualsiasi titolo e delle SPESE, escluse quelle per IMPOSTE e TASSE, collegate alla erogazione del credito. In primis, da un punto di vista letterale, l’espressione penalistica “tasso di interesse usurario” non è precisa dal punto di vista tecnico in quanto non si tratta di un tasso di “interesse”, ma di una percentuale che esprime il COSTO TOTALE DEL CREDITO che la Banca d’Italia ha definito letteralmente TEG in tutte le “Istruzioni per la rilevazione del tasso effettivo globale medio ai sensi della legge sull’usura” in quanto acronimo del tasso effettivo globale applicato ad ogni singolo rapporto. Pertanto, la terminologia “tasso di interesse usurario” dell’art. 644, comma 4, c.p. non è stata interpretata letteralmente dall’Istituto di Vigilanza sulla rilevanza esclusiva degli INTERESSI perché la disposizione è chiara nell’indicare che rilevano anche tutte le ALTRE VOCI di COSTO fra cui quelle espressamente elencate nella disposizione e, quindi, la Banca d’Italia ha dato importanza al principio sancito dal legislatore dell’ONNICOMPRENSIVITÀ [7] dell’interesse che mira ad evitare l’aggiramento della norma attraverso l’imputazione di somme a COMMISSIONI, a REMUNERAZIONI a qualsiasi titolo e a SPESE varie anziché al CAPITALE e agli INTERESSI. Occorre tuttavia rilevare che l’Istituto di Vigilanza considera nel calcolo del TEG solo i COSTI inerenti alla FASE FISIOLOGICA del negozio giuridico connessi agli INTERESSI CORRISPETTIVI e non “gli INTERESSI DI MORA e gli ONERI ASSIMILABILI contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo” che sono in tutte le “Istruzioni” espressamente esclusi dal conteggio perché, come affermato nella Circolare della Banca d’Italia del 03/07/2013 rubricata “Chiarimenti in materia di applicazione della legge antiusura”, vi è una assenza di una previsione legislativa che determini una SPECIFICA SOGLIA in presenza di INTERESSI MORATORI” sebbene “in ogni caso, anche gli INTERESSI DI MORA sono soggetti alla normativa ANTI-USURA. Dato che la Legge del 07/03/1996 n. 108 non stabilisce espressamente il rinvio alla NORMATIVA SECONDARIA del compito di fissare in via autonoma l’aggregato di COSTI connessi al credito e, se non bastasse, non esiste alcuna NORMATIVA PRIMARIA successiva che abbia attribuito al Ministero dell’Economia e alla Banca d’Italia la funzione di integrazione, di specificazione o di derogazione della disciplina in materia di USURA, la verifica dell’USURARIETÀ del patto contrattuale riguarda anche gli INTERESSI MORATORI e gli ONERI ASSIMILABILI contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo come affermato da un indirizzo giurisprudenziale consolidato della Corte di Cassazione Civile le cui più note sentenze sono quelle del 09/01/2013 n. 350, del 06/03/2017 n. 5598 e del 04/10/2017 n. 23192, indirizzo giurisprudenziale confermato dalla Corte di Cassazione Civile, Sez. Unite, del 18/09/2020 n. 19597. Conseguentemente, alla luce del principio di unitarietà e di non contraddizione dell’ordinamento giuridico, l’interpretazione sistematica che rispetta le finalità perseguite dalla norma penale e coglie le connessioni concettuali esistenti fra la norma penalistica dell’art. 644, comma 4, c.p. e la norma civilistica di pari grado dell’art. 1815, comma 2, c.c. comporta che la nozione del codice civile di “… (…) … interessi usurari, … (…) …” comprende sia ogni tipo di INTERESSE sia tutte le ALTRE VOCI di COSTO e la lettera “… (…) … non sono dovuti interessi” stabilisce che l’intermediario deve restituire sia ogni tipo di INTERESSE addebitato sia tutti gli ALTRI COSTI corrisposti collegati all’erogazione del credito ad esclusione dell’IMPOSTE e TASSE. Di questo avviso è la decisione del Collegio di Coordinamento dell’ABF del 08/06/2018 n. 12830 che ha sancito il seguente principio di diritto: “Una volta verificato il superamento del tasso soglia rilevante ai fini dell’usura genetica, in virtù della corretta interpretazione del secondo comma dell’art. 1815 cod. civ. – letto in connessione con il quarto comma dell’art. 644 cod. pen. – che sancisce la nullità della clausola, restano colpiti non solo gli interessi propriamente intesi, ma tutti gli oneri e le spese inclusi nel calcolo del TEG, compresi i premi assicurativi, escluse imposte e tasse, che, pertanto, debbono essere restituiti al mutuatario”. Questa corretta interpretazione sistematica della normativa penalistica e civilistica dell’USURA ha un importante risvolto pratico sia per i finanziamenti rateali dove l’importo complessivo di ogni tipo di INTERESSE addebitato è più alto della somma totale di tutti gli ALTRI COSTI collegati all’erogazione del credito corrisposti sia, soprattutto, in quei prestiti con rimborso rateale, come ad esempio certi PRESTITI PERSONALI o alcuni FINANZIAMENTI CONTRO CESSIONE DEL QUINTO, dove l’importo complessivo di ogni tipo di INTERESSE addebitato è più basso della somma totale di tutti gli ALTRI COSTI corrisposti collegati all’erogazione del credito. Infatti, se si desse applicazione testuale dell’art. 1815, comma 2, c.c., la conseguenza del superamento del tasso soglia usura sarebbe il solo azzeramento di ogni tipo di INTERESSE addebitato con l’effetto che le ALTRE VOCI di COSTO rimarrebbero dovute e, questa soluzione, cozzerebbe contro la ratio della normativa antiusura di punire il costo eccessivo del credito qualunque siano le modalità tecniche con cui questo risultato viene raggiunto.

Ancora, l’art. 1815, comma 2, c.c. esprime un principio giuridico valido per qualsiasi obbligazione pecuniaria e, quindi, è indifferente che la sussistenza dell’USURARIETÀ c.d. “ORIGINARIA” riguardi la clausola relativa agli INTERESSI CORRISPETTIVI o la postilla relativa agli INTERESSI MORATORI oppure ENTRAMBI i codicilli. Infatti, dato che in caso di CONSUMAZIONE del delitto di USURA la relativa clausola è nulla e NESSUNA SOMMA è dovuta perchè il contratto diviene gratuito per i motivi argomentati sopra, la nullità della sola postilla relativa agli INTERESSI CORRISPETTIVI coinvolge il codicillo relativo agli INTERESSI MORATORI e la sola nullità di quest’ultima clausola coinvolge la postilla relativa agli INTERESSI CORRISPETTIVI. Pertanto, per determinare la sanzione della non debenza di ALCUNA SOMMA è indifferente che l’USURARIETÀ c.d. “ORIGINARIA” riguardi la sola FASE FISIOLOGICA del contratto o la sola FASE PATOLOGICA della convenzione e, nei FINANZIAMENTI RATEALI, sussiste l’ulteriore circostanza che la dolosa applicazione del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO determina una RATA  illecita che collega indiscutibilmente le due fasi perché il BANCARIO latu sensu utilizza tale RATA sia per incassare nella sola FASE FISIOLOGICA i truffaldini INTERESSI CORRISPETTIVI ANATOCISTICI sia per incamerare nella sola FASE PATOLOGICA gli ulteriori truffaldini INTERESSI CORRISPETTIVI “mascherati” perché calcolati con il TASSO MORATORIO e con gli ONERI ASSIMILABILI contrattualmente previsti per il caso di inadempimento.

Inoltre, occorre tenere in considerazione che ai fini dell’applicazione dell’art. 1815, comma 2, c.c. vale il principio generale che stabilisce che per la verifica dell’USURARIETÀ del contratto non può fatta la CUMULABILITÀ fra i COSTI inerenti alla FASE FISIOLOGICA del patto e i COSTI inerenti alla FASE PATOLOGICA della convenzione [8] e, in particolare, non ci può essere una SOMMATORIA fra il TASSO CORRISPETTIVO e il TASSO MORATORIO onde determinare la percentuale del TEG del FINANZIAMENTO da utilizzare ai fini dell’accertamento del supero del TSU “LEGALE”. Infatti, gli INTERESSI CORRISPETTIVI e gli INTERESSI MORATORI si configurano, per la loro stessa natura, alternativi tra loro perché in caso di INADEMPIMENTO sono dovuti dal finanziato solo quelli di MORA e non più quelli CORRISPETTIVI che, invece, operano solo nella FASE FISIOLOGICA del contratto: per questo motivo, si deve escludere in radice la possibilità della CUMULABILITÀ dei COSTI o, semplicemente, della SOMMATORIA dei TASSI. Conseguentemente, nel caso di sussistenza dell’USURARIETÀ c.d. “ORIGINARIA” del contratto di FINANZIAMENTO RATEALE sia solo di quella strettamente connessa al TASSO CORRISPETTIVO che non tiene conto dei COSTI inerenti alla FASE PATOLOGICA del negozio giuridico sia solo di quella strettamente connessa al TASSO MORATORIO che non tiene conto dei COSTI inerenti alla FASE FISIOLOGICA della convenzione sia di quella sussistente in entrambe le due verifiche necessariamente disgiunte, nell’ipotesi di RIMBORSO COMPLETO già effettuato il BANCARIO latu sensu deve restituire l’importo di tutti gli INTERESSI CORRISPETTIVI e MORATORI addebitati concretamente più la somma di tutti gli ALTRI COSTI corrisposti collegati all’erogazione del credito ad esclusione dell’IMPOSTE e TASSE e, nell’eventualità di ESTINZIONE ANTICIPATA e di SURROGAZIONE, l’intermediario deve restituire l’importo di tutti gli INTERESSI CORRISPETTIVI e MORATORI addebitati effettivamente più la somma di tutti gli ALTRI COSTI corrisposti collegati all’erogazione del credito comprensivi dell’eventuale ulteriore e distinta TRUFFA dei DEBITI RESIDUI ad esclusione dell’IMPOSTE e TASSE. Se invece il RIMBORSO COMPLETO non è stato ancora ultimato, l’importo di tutti gli INTERESSI CORRISPETTIVI e MORATORI addebitati concretamente più la somma di tutti gli ALTRI COSTI corrisposti collegati all’erogazione del credito ad esclusione dell’IMPOSTE e TASSE devono essere considerati come se fossero un’ulteriore restituzione di SOMMA EROGATA e, cioè, si deve, da una parte, qualificare tutto ciò che ha pagato il finanziato come QUOTA CAPITALE restituita e si deve, dall’altra, effettuare una somma algebrica fra SOMMA EROGATA e questo importo complessivo corrisposto a qualunque titolo (INTERESSI CORRISPETTIVI e MORATORI, COSTI, QUOTA CAPITALE): se tutto ciò che ha pagato il finanziato è maggiore della SOMMA EROGATA, il BANCARIO latu sensu deve restituire la differenza e il contratto è, di fatto, concluso; se tutto ciò che ha pagato il finanziato è minore della SOMMA EROGATA, il contratto rimane in vigore e le RATE mancanti devono essere riconteggiate nel loro importo costante dividendo il valore della differenza con il numero delle stesse. Infatti, in questo secondo caso, una volta accertata la gratuità del FINANZIAMENTO RATEALE in conseguenza dell’USURARIETÀ del contratto, lo stesso rimane in forza con tutte le altre clausole fino alla sua naturale scadenza [9].

QUALE TSU UTILIZZARE PER LA VERIFICA DELL’USURARIETÀ

Quanto alla questione di quale TSU utilizzare per la verifica dell’USURARIETÀ dato che l’art. 2, comma 4, della Legge 108/1996 è stato modificato dal D.L. del 13/05/2011 n. 70 convertito con modifiche dalla Legge del 12/07/2011 n. 106 con l’introduzione di un automatismo di calcolo del TSU più favorevole [10] per i BANCARI latu sensu, occorre evidenziare che tale cambiamento non si applica retroattivamente non essendo intervenuta una modifica della norma incriminatrice del reato di USURA bensì della NORMA EXTRAPENALE integratrice del precetto penale in quanto la variazione non ha inciso sulla struttura essenziale del reato ma ha comportato esclusivamente un mutamento del contenuto del precetto delineando la portata del comando. In questa direzione la sentenza della Cass. Pen. Sez. II del 23/11/2011 n. 46669 che nelle sue motivazioni ha stabilito che “Questa Corte, considerando che la stessa giurisprudenza di legittimità non ha un orientamento uniforme, ritiene di aderire all’orientamento che afferma l’inapplicabilità del principio previsto dall’art. 2 c.p., comma 3, in caso di successione nel tempo di NORME EXTRAPENALI integratrici del precetto penale, che non incidano sulla struttura essenziale del reato ma comportino esclusivamente una variazione del contenuto del precetto delineando la portata del comando. Il principio espresso dall’art. 2 cod. pen., comma 3, troverebbe applicazione solo nella diversa ipotesi in cui la nuova disciplina, anziché limitarsi a regolamentare diversamente i presupposti per l’applicazione della norma penale, modificando i criteri di individuazione del tasso soglia, avesse esclusa l’illiceità oggettiva della condotta. Invece la nuova disciplina non ha inteso sminuire il disvalore sociale della condotta posta in essere nelle vigenza delle normativa precedente, e quindi l’illiceità penale della stessa, essendosi limitata a modificare, ma solo per il futuro, i presupposti per l’applicazione della norma incriminatrice penale … (…) … I criteri di individuazione del tasso soglia precedente alla modifica normativa sono riconducigli a una condotta penalmente sanzionata perchè ritenuta comunque ricollegabile alla tutela del bene protetto dalla disciplina del reato di usura; la relativa normativa è caratterizzata dalla natura “formale” dei criteri di individuazione del tasso soglia, accentuando l’esigenza di valutare il disvalore con il riferimento alle condotte relative alla determinazione del tasso soglia vigente al momento del fatto, non trattandosi di una vera e propria “abrogatio criminis”. La successione di norme extrapenali determina esclusivamente una variazione del contenuto del precetto con decorrenza dalla emanazione del successivo provvedimento e, in tale ipotesi, non viene meno il disvalore penale del fatto anteriormente commesso“(cfr Sez. 3, Sentenza n. 43829 del 16/10/2007 Ud. (dep. 26/11/2007) Rv. 238262). Deve, quindi, concludersi che la modifica della normativa secondaria, avvenuta con D.L. n. 70 del 2011, poi convertito in legge, non trova applicazione retroattiva ex art. 2 c.p., comma 2, non modificandosi la norma incriminatrice, essendo il tasso soglia variabile anche con riferimento a valutazioni di carattere economico che hanno valore, ai fini della individuazione del tasso usurario, per l’arco temporale di applicazione della relativa normativa e non vengono meno a seguito della successiva modifica di tali limiti che hanno validità solo per il periodo successivo. Non ricorre infatti l’ipotesi di cui all’art. 2 cod. pen., comma 3, qualora il fatto sia punito in base al limite stabilito dalla legge, per il periodo di riferimento, oltre il quale gli interessi vanno considerati usurari, stabilito, in relazione alle operazioni in oggetto, dalla L. n. 108 del 1996, art. 2, comma 4, che prevedeva che “il limite previsto dall’art. 644 c.p., comma 3, oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito dal tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, ai sensi del comma primo, relativamente alla categoria di operazione in cui il credito è compreso, aumentato della metà”. La modifica operata con D.L. n. 70 convertito in legge in data 7 luglio 2011, n. 106 (che all’art. 8, comma 5, lett. d) ha previsto che alla L. 7 marzo 1996, n. 108, art. 2, comma 4, le parole “aumentato della metà”, sono sostituite dalle seguenti: “aumentato di un quarto”, cui si aggiunge un margine di ulteriori quattro punti percentuali. La differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a otto punti percentuali) non determina l’automatica “espansione” della nuova legge, perchè l’applicazione di tale norma contrasterebbe con la natura del fenomeno della abrogazione, che opera “ex nunc”. La norma secondaria abrogata resta, infatti, vigente, per il periodo anteriore alla abrogazione, impedendo, per lo stesso periodo, l’applicazione della nuova normativa, in quanto sarebbe contrario al sistema considerare ampliato, ora per allora, il raggio di azione di quest’ultima norma, non differenziando la punizione dei fatti commessi sotto il vigore della legge abrogatrice da quelli commessi successivamente. La portata dell’intervento innovativo sulla determinazione dei criteri di individuazione del tasso soglia e la mancanza di norme transitorie, certamente non dovuta a disattenzione,denotano che si è voluto dare alla normativa (che ha introdotto un regime maggiormente favorevole agli istituti bancari in relazione al reato di usura) operatività con esclusivo riferimento a condotte poste in essere dopo la sua entrata in vigore, senza produrre effetti su preesistenti situazioni, regolate dalla normativa precedente.Peraltro, in base alle corrette osservazioni contenute nella memoria di parte civile, deve ragionevolmente ritenersi che, comunque, sia pure per alcuni trimestri, anche con riferimento alla nuova normativa, vi sarebbe stato lo sforamento del tasso soglia, rimanendo integro il fatto materiale, potendo, al più, sotto il profilo penale, operarsi una nuova valutazione in concreto della entità della violazione”. Conseguentemente, è priva di pregio la tesi della retroattività del cambiamento fondata sull’essenzialità a livello di struttura di reato della modifica dell’automatismo di calcolo del TSU più favorevole per i BANCARI latu sensu, essenzialità che escluderebbe la necessità di un’interpretazione autentica e che configurerebbe la variazione del D.L. del 13/05/2011 n. 70 come norma integrativa che va a connotare il precetto già di per sé riconducibile alla sfera di operatività dell’art. 2 c.p.: infatti, tale tesi non considera che per la normativa del codice penale è altresì fondamentale la CONSUMAZIONE del delitto di USURA nella forma in “CONCRETO” ex art. 644, comma 3, secondo periodo, c.p., necessarietà che si manifesta in tutta la sua importanza quando deve essere punita la condotta del BANCARIO latu sensu in relazione ai FINANZIAMENTI RATEALI dove sussiste l’aggravante SOGGETTIVA della connessione ex art. 61, numero 2, c.p. con il reato-mezzo di TRUFFA ex art. 640, comma 1, c.p..   


[1] Articolo inserito nel Codice penale dall’art. 11 della Legge del 07/03/1996 n. 108.

[2] L’attuale formulazione dell’art. 157, comma 1, c.p. è stata introdotta dall’art. 6 della Legge 05/12/2005 n. 251 (in G.U. del 07/12/2005 n. 285) in vigore dal 08/12/2005 ex art. 10, comma 1, della Legge 05/12/2005 n. 251 che stabilisce che “1.La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale”.

[3] Le parole “da due a dieci anni e con la multa da euro 5.000 a euro 30.000” sono state sostituite alle parole “da uno a sei anni e con la multa da euro 3.098 a euro 15.493” dall’art. 2 della Legge 05/12/2005 n. 251 (in G.U. del 07/12/2005 n. 285) in vigore dal 08/12/2005 ex art. 10, comma 1, della Legge 05/12/2005 n. 251 che stabilisce che “1.La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale”. Pertanto, fino al 07/12/2005, vale la previsione del precedente art. 157 c.p. come modificato dall’art. 125 della Legge del 24/11/1981 n. 689 che prevede che “1. La prescrizione estingue il reato: 1) in venti anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a ventiquattro anni; 2) in quindici anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a dieci anni; 3) in dieci anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a cinque anni; 4) in cinque anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione inferiore a cinque anni, o la pena della multa; 5) in tre anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’arresto; 6) in due anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’ammenda. [II]. Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo al massimo della pena stabilita dalla legge per il reato, consumato o tentato, tenuto conto dell’aumento massimo di pena stabilito per le circostanze aggravanti e della diminuzione minima stabilita per le circostanze attenuanti. [III]. Nel caso di concorso di circostanze aggravanti e di circostanze attenuanti si applicano anche a tale effetto le disposizioni dell’articolo 69. [IV]. Quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e quella pecuniaria, per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva” e, quindi, la CONSUMAZIONE del delitto di USURA nella forma “PRESUNTA” ex art. 644, comma 3, primo periodo, c.p. o nella forma in “CONCRETO” ex art. 644, comma 3, secondo periodo, c.p. si prescrive ordinariamente fino al 07/12/2005 in 10 anni se non vi sono aggravanti o attenuanti.

[4] Ai sensi dell’art. 1422 c.c., ad avviso della migliore dottrina a giurisprudenza, non c’è alcun dubbio che l’azione promossa dal cliente verso la banca per far valere la nullità della CLAUSOLA dell’USURA sia imprescrittibile.

[5] La Legge del 7/03/1996 n. 108 all’art. 4 prevede che “1. Il secondo comma dell’art. 1815 del codice civile è sostituito dal seguente: “Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi“”.

[6] La sentenza della Cass. Pen. Sez. I del 30/05/1997 n. 3869 ha stabilito che “Il momento consumativo del delitto di truffa, anche agli effetti della COMPETENZA TERRITORIALE, è quello dell’effettivo conseguimento dell’ingiusto profitto, con correlativo danno alla persona offesa, e tale momento si verifica all’atto dell’effettiva prestazione del bene economico da parte del raggirato, con susseguente passaggio dello stesso nella sfera di disponibilità dell’agente” e la sentenza della Cass. Pen. Sez. II del 22/09/2010 n. 37855 ha decretato che “In tema di truffa contrattuale, qualora l’agente sia l’acquirente che paghi con un assegno successivamente risultato non negoziabile e la parte lesa il venditore, il reato si consuma nel momento in cui quest’ultima consegna il bene all’agente e costui paga con l’assegno non negoziabile; in tal caso la COMPETENZA TERRITORIALE è del tribunale nel cui circondario è avvenuta la consegna dell’assegno in pagamento mentre nessun rilievo svolge, a tal fine, la circostanza che la parte lesa venga a conoscenza di essere truffata in un momento ed in un luogo diverso da quello in cui ha ricevuto l’assegno”. Pertanto, la giurisprudenza consolidata di legittimità stabilisce che, ai fini della soluzione delle questioni riguardanti la COMPETENZA TERRITORIALE, occorre accertare il luogo dove si è realizzato l’effettivo conseguimento del bene da parte dell’agente e la definitiva perdita dello stesso da parte del raggirato. Tale soluzione deriva, non tanto dalla qualificazione del reato de quo come reato di danno a consumazione istantanea, quanto dalla preliminare presa di posizione del Giudice di legittimità a favore della natura “economica” dei concetti di profitto e di danno nella fattispecie di cui all’art. 640 c.p., essendo proprio la natura, giuridica od economica, soggettiva od oggettiva, delle nozioni di danno e profitto del reato di TRUFFA a condizionare in radice la successiva individuazione, tanto del tempus, quanto del locus commissi delicti del delitto

[7] Quanto all’esclusione ex art. 644, comma 4, c.p. delle “IMPOSTE e TASSE”, secondo la sentenza della Cassazione Civile del 03/06/1991 n. 6232, principio di diritto confermato dalla sentenza della Cassazione Civile, Sez. Trib. del 25/02/2015 n. 3770, “Ai sensi dell’art. 17 del d.lgs. 29 settembre 1973, n. 601, il costo sostenuto dal mutuatario, rappresentato dalla traslazione economica dell’imposta sostitutiva sui finanziamenti (nella specie, l’imposta sostitutiva sui mutui a lungo termine), deve essere qualificato non come imposta ma come parte del corrispettivo del finanziamento e, quindi “si esaurisce in un incremento dei proventi del mutuante in misura pari alla somma che deve versare all’erario”: conseguentemente, l’IMPOSTA SOSTITUTIVA deve essere considerato un COSTO EFFETTIVO lecito da utilizzare per la verifica dell’USURARIETÀ del contratto strettamente connessa al TASSO CORRISPETTIVO che non tiene conto dei costi inerenti alla fase patologica del negozio giuridico.

[8] Spesso nei contratti di FINANZIAMENTO RATEALE sono previsti espressamente “per il caso di inadempimento di un obbligo” specifici “ONERI ASSIMILABILI” che la parte finanziata è tenuta a corrispondere oltre agli INTERESSI DI MORA per il periodo decorrente dal giorno della scadenza della rata fino a quello dell’effettivo pagamento come, ad esempio, “una COMMISSIONE del 1,50% sull’importo complessivo della rata in mora pagata con un minimo di euro 5,00 ed un massimo di euro 60 per solleciti di pagamento.

[9] Non solo, l’USURARIETÀ c.d. “ORIGINARIA” del contrattodi FINANZIAMENTO RATEALE sia solo di quella strettamente connessa al TASSO CORRISPETTIVO che non tiene conto dei COSTI inerenti alla FASE PATOLOGICA del negozio giuridico sia solo di quella strettamente connessa al TASSO MORATORIO che non tiene conto dei COSTI inerenti alla FASE FISIOLOGICA della convenzione sia di quella sussistente in entrambe le due verifiche necessariamente disgiunte determina la sussistenza dei “gravi motivi” di cui all’art. 615 c.p.c. cui consegue la SOSPENSIONE dell’efficacia esecutiva del titolo esecutivo posto alla base del precetto.

[10] L’art. 2, comma 4, della Legge del 07/03/1996 n. 108 prevede che “Il limite previsto dal terzo comma dell’art. 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito nel tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ai sensi del comma 1 relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà”. L’art. 2, comma 4, della Legge del 07/03/1996 n. 108 modificato dal Decreto Legge del 11/05/2011 n. 70 (in G.U. del 13/05/11 n. 110) prevede che “Il limite previsto dal terzo comma dell’art. 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito nel tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ai sensi del comma 1 relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato di un quarto, cui si aggiunge un margine di ulteriori quattro punti percentuali. La differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a otto punti percentuali.

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È INEQUIVOCABILE CHE L’ART. 821 C.C. PRESCRIVE L’UTILIZZO DELLA FORMULA DEL PRINCIPIO DI EQUITÀ DEL REGIME SEMPLICE DELLA RATA COSTANTE POSTICIPATA


Anche la La Corte d’Appello di Torino, nelle persone della Dottoressa Renata Silva (Presidente), della Dottoressa Tiziana Maccarrone (Consigliere) e del Dottore Gian Paolo Macagno (Consigliere relatore), hanno stabilito nella sentenza n. 544 del 20/05/2020 che “la censura risulta infondata anche sotto il profilo del mancato rispetto dell’art. 821 c.c., norma che si limita a prevedere che gli interessi-frutti civili “si acquistano giorno per giorno, in ragione della durata del diritto”: la disposizione si limita a prevedere che i frutti crescano con progressione giornaliera e non prescrive affatto che tale progressione sia aritmetica (interesse semplice) anziché geometrica (interesse composto). Neppure da questa norma, in definitiva, può ricavarsi un divieto di utilizzo della formula dell’interesse composto e neppure una “preferenza” legislativa per il metodo dell’interesse semplice”.

Il Dott. Enrico Astuni del Tribunale di Torino continua sia nella sua manipolazione della VERITÀ MATEMATICA sia nella sua incongruente interpretazione GIURIDICA dell’art. 821, comma 3, codice civile illustrata nella sentenza del 30/05/2019 n. 2676 (si rinvia alle precedenti 17 pagine dove si è esaurientemente contestato con dovizia di argomentazioni le farlocche tesi del magistrato torinese).

Infatti, il Dott. Enrico Astuni ha pubblicato le seguenti note il 09 aprile 2020 denominate “Il mal francese” conseguenti al suo intervento in streaming organizzato dal compiacente Dott. Marcelli di ASSOCTU.

Sin dalla prima pagina vi è prova inequivocabile di una volontà manipolativa della VERITÀ.

In primis, si segnala la manipolazione della VERITÀ MATEMATICA nella sua spiegazione del FINANZIAMENTO TIPO BULLET dove si legge che in questo tipo di prestito rateale NON si fa uso del REGIME COMPOSTO e gli interessi maturati vengono interamente pagati periodicamente, ancor prima della scadenza del capitale, con la FORMA SEMPLICE dell’interesse” e, quindi, l’ANATOCISMO risulta escluso: si rinvia all’articolo IL BULLET È ANATOCISTICO per un’elementare spiegazione che “smaschera” questa alterazione della VERIDICITÀ ALGEBRICA.

Il fariseismo del Dott. Enrico Astuni si manifesta compiutamente nella manipolazione della VERITÀ MATEMATICA quando spiega il sistema “FRANCESE” della RATA COSTANTE POSTICIPATA: si legge nelle note che nel prestito rateale “si prevede ed utilizza il REGIME COMPOSTO per determinare la rata periodica di rimborso; il pagamento periodico degli interessi maturati, viene realizzato, in FORMA SEMPLICE, su tutto il capitale a prescindere dalla scadenza di quest’ultimo, senza alcuna produzione di interessi su interessi e, quindi, l’ANATOCISMO è configurabile come convenzione.

In sintesi, il Dott. Enrico Astuni sposa la tesi dei Bancari latu sensu che affermano temerariamente nei giudizi civili e penali che il sistema “FRANCESE” ha una RATA COSTANTE POSTICIPATA specificata con le formule del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO ma il conseguenziale PIANO DI AMMORTAMENTO è costruito nel REGIME SEMPLICE degli interessi: per un’elementare spiegazione STORICAMENTE DATATA che “smaschera” questa alterazione della VERITÀ MATEMATICA si rinvia all’articolo PROF. FRANCESCO SOAVE (LUGANO 1743 – PAVIA 1806), all’articolo PROF. A. CASANO DEL 1800, all’articolo BONFERRONI 1937 IL PRINCIPIO DI EQUITÀ E IL PIANO DI AMMORTAMENTO SONO LE 2 FASI MATEMATICHE DELLA STESSA MEDAGLIA, all’articolo BONFERRONI 1937 IL PRINCIPIO DI EQUITÀ DETERMINA GLI INTERESSI EFFETTIVI, all’articolo BONFERRONI 1937 IL PIANO DI AMMORTAMENTO LINEARE DELLA RATA CALCOLATA CON IL PRINCIPIO DI EQUITÀ DEL REGIME SEMPLICE CON IMPOSTAZIONE INIZIALE IN t_0, all’articolo LEVI 1953 CAPITALIZZAZIONE E SUO SIGNIFICATO, all’articolo LEVI 1953-1959 VINCOLO EPOCA DI RIFERIMENTO, all’articolo LEVI 1964 PRINCIPIO DI SCINDIBILITÀ, all’articolo VAROLI 1983, PIANO DI AMMORTAMENTO DELLA RATA COSTANTE POSTICIPATA CALCOLATA CON IL PRINCIPIO DI EQUITÀ DEL REGIME SEMPLICE CON IMPOSTAZIONE FINALE IN t_m, all’articolo RIVISTA ASSOBANK BANCHE&BANCHIERI 2/2015.

Si evidenzia che il Dott. Enrico Astuni riconosce che nei prestiti rateali erogati con il sistema “FRANCESE” della RATA COSTANTE POSTICIPATA l’ANATOCISMO è configurabile come convenzione: secondo l’interpretazione letterale, questo significa che il contratto presenta un regolamento contrattuale che inequivocabilmente stabilisce il REGIME COMPOSTO e che, quest’ultimo, è matematicamente al di là di ogni ragionevole dubbio ANATOCISTICO. In altre parole, Dott. Enrico Astuni con le note del 09 aprile 2020 denominate “Il mal francese” certifica che la semplice applicazione delle formule del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO genera ANATOCISMO DI TIPO “GENETICO”.

Conseguentemente, al Dott. Enrico Astuni non rimane che mantenere in queste note, per NON valorizzare giuridicamente come illecito il sussistente ANATOCISMO DI TIPO “GENETICO” da lui riconosciuto, l’incongruente interpretazione GIURIDICA dell’art. 821, comma 3, codice civile illustrata nella sentenza del 30/05/2019 n. 2676 e, ulteriormente, concludere questo memorandum affermando che “questa norma ovviamente NON DICE come calcolare i frutti annuali .

Si invita il Dott. Enrico Astuni a leggere, senza preconcetti algebrici, anche i contributi matematici, empirici e giuridici del TEAM ROBYN HODE nell’articolo IL PIANO DI AMMORTAMENTO “FRANCESE” DELLA RATA COSTANTE POSTICIPATA È ILLECITO CIVILMENTE E PENALMENTE, nell’articolo PRINCIPIO DI EQUIVALENZA E PONDERAZIONI DEI PERIODI RATEALI, nell’articolo ESEMPIO DI INDETERMINATEZZA DEL TASSO CORRISPETTIVO CONTRATTUALE SIA NEL REGIME COMPOSTO SIA NEL REGIME SEMPLICE DEGLI INTERESSI: se il suo approccio sarà metodologicamente corretto, con l’utilizzo del SOFTWARE GRATUITO DI CALCOLO il magistrato torinese potrà comprendere in maniera inequivocabile che nel sistema “FRANCESE” il conseguenziale PIANO DI AMMORTAMENTO NON è costruito nel REGIME SEMPLICE degli interessi.

Il TEAM ROBYN HODE si rammarica che il Dottore Enrico Astuni, la Dottoressa Renata Silva, la Dottoressa Tiziana Maccarrone, il Dottore
Gian Paolo Macagno e molti altri giudici non ricercano la verità approfondendo tutto e tutti.

Come scrive il nostro padre costituente Calamandrei in “Elogio di un giudice scritto da un avvocato”, la verità storica è spesso diversa dalla verità processuale.

La gente comune si auspica che l’obiettivo fondamentale del giudice consista nel far emergere la verità storica affinché tra questa e il giudizio finale vi sia una perfetta coincidenza.

Un’unica cosa è certa: la forza della VERITÀ è dirompente, è una valanga che non può essere arrestata.

Si rinvia all’articolo CORTE D’APPELLO DI TORINO, SENTENZA DEL 05-05-2020 n. 464 che evidenzia ulteriormente la mancanza di ricerca della verità storica da parte di determinata magistratura.

In evidenza

L’INDETERMINATEZZA CONTRATTUALE DEL SISTEMA “FRANCESE”​

CASSAZIONE DEL 27/11/2014 n. 25205

Si rinvia all’articolo PRINCIPIO DI EQUIVALENZA E PONDERAZIONI DEI PERIODI RATEALI, all’articolo VERITÀ MATEMATICHE INCONTROVERTIBILI 4 (E CONSEGUENTI INEQUIVOCABILTÀ GIURIDICHE), all’articolo LEVI 1953-1959 VINCOLO EPOCA DI RIFERIMENTO, all’articolo ESEMPIO DI INDETERMINATEZZA DEL TASSO CORRISPETTIVO CONTRATTUALE SIA NEL REGIME COMPOSTO SIA NEL REGIME SEMPLICE DEGLI INTERESSI e all’articolo CORTE D’APPELLO DI TORINO, SENTENZA DEL 05-05-2020 n. 464.

In evidenza

Il Sistema FRANCESE determina il reato di ESTORSIONE nella fase patologica

Si rinvia all’articolo I REQUISITI E I CRITERI DI IDONEITÀ DEI BANCARI LATU SENSU PROVANO IL DOLO NEI REATI CONSEGUENTI ALL’IMPIEGO DEL SISTEMA FRANCESE.

CORTE D’APPELLO DI TORINO, SENTENZA DEL 16-04-2018 n. 699

Indeterminatezza contrattuale del tasso corrispettivo nel Regime Composto (LEASING)

Nel rinviare all’articolo ESEMPIO DI INDETERMINATEZZA DEL TASSO CORRISPETTIVO CONTRATTUALE SIA NEL REGIME COMPOSTO SIA NEL REGIME SEMPLICE DEGLI INTERESSI (LEASING), la Corte d’Appello di Torino con la sentenza del 16/04/2018 n. 699 ha sancito che per l’INDETERMINATEZZA IN COMPOSTO del tasso leasing la sanzione civile corretta da utilizzare è quella del TASSO BOT ANNUALE MINIMO tempo per tempo vigente ex art. 117 TUB.

Si legge nelle motivazioni che “a fronte di un TAN pari al 3,743%, il cd. tasso leasing o TIR, in caso di rata mensile, sarebbe pari al 3,808%. L’individuazione del tasso interno che rende effettiva l’uguaglianza tra il prezzo del bene e il valore attuale dei canoni e del prezzo di opzione finale, non è ricavabile dalla mera divisione per 12 del TAN perché “il TAN corrisponde al cd. tasso leasing o TIR (e quindi per le sole componenti di rimborso del capitale e interessi, escludendo le componenti non finanziarie dell’operazione) unicamente nel caso in cui il contratto preveda una rata annuale, mentre il TIR diventa maggiore laddove vi siano rate infra-annuali, come nel caso in esame ove le rate previste erano mensili”. Conseguentemente, la differenza tra il tasso indicato nel contratto da quello effettivamente previsto e applicato, non può certo evitare di constatare l’avvenuta violazione dell’art. 117 TUB e la conseguente applicazione della sanzione ivi prevista, non trattandosi di materia in cui sia consentito al giudice di apprezzare discrezionalmente una concreta capacità offensiva”.

In considerazione che la Corte d’Appello di Torino con la sentenza del 16/04/2018 n. 699 equipara “c.d. tasso leasing” al “TIR”, è inequivocabile che la Corte ha sancito l’INDETERMINATEZZA IN COMPOSTO del tasso leasing.

Infatti, occorre rilevare che la diffusione di Microsoft Office consente a chiunque, anche a chi non è esperto di Excel, di utilizzare la funzione TIR.COST appositamente predisposta dalla società americana per determinare la percentuale del tasso di rendimento interno con la formula del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO degli interessi con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO COMMERCIALE.

Ovviamente, la funzione TIR.COST di Excel è utilizzabile per i leasing solo se i canoni si pagano ad intervalli regolari: infatti, si legge nell’HELP ONLINE della funzione TIR.COST che la stessa “Restituisce il tasso di rendimento interno per una serie di flussi di cassa rappresentati dai numeri in valori. Questi flussi di cassa non devono essere uniformi, dato che si tratta di un’annualità. Tuttavia, i flussi di cassa devono avvenire a intervalli regolari, ad esempio mensilmente o annualmente. Il tasso di rendimento interno è il tasso di interesse ricevuto per un investimento costituito da pagamenti (valori negativi) e da redditi (valori positivi) che si verificano in periodi regolari”

Inoltre, si legge nell’HELP ONLINE che la funzione TIR.COST “è strettamente correlata alla funzione VAN, la funzione che calcola il valore attuale netto” e che la funzione VAN “è simile alla funzione VA (valore attuale). La differenza principale tra le due è che in VA i flussi di cassa possono cominciare sia dall’inizio che dalla fine del periodo. A differenza dei valori di cassa variabili della funzione VAN, in VA i flussi di cassa devono rimanere costanti durante tutto l’investimento”.

Si evidenzia che i calcoli di matematica finanziaria sia della funzione VAN che della funzione VA utilizzano la formula del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO degli interessi con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO COMMERCIALE.

Collegata alla funzione VA c’è la funzione RATA che consente di determinare l’importo della rata costante posticipata del sistema “FRANCESE” applicando il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO degli interessi con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO COMMERCIALE.

Occorre però sottolineare che la funzione RATA di Excel dà dei suggerimenti fuorvianti all’utente ignaro di nozioni di base di matematica finanziaria su come calcolare il tasso equivalente di periodo del REGIME ANATOCISTICO. Infatti, le istruzioni della casella “Tasso_int” fanno inserire il tasso NON equivalente periodale (“ad esempio, usare 6%/4 per i pagamenti trimestrali al 6%”) in maniera analoga a quanto indicato nella GUIDA della funzione (“Se i pagamenti di un prestito quadriennale vengono effettuati mensilmente con un tasso di interesse annuale del 12%, usare 12%/12 per tasso_int e 4*12 per periodi. Se i pagamenti relativi allo stesso prestito vengono effettuati con scadenza annuale, usare 12% per tasso_int e 4 per periodi”). Ancora, la società americana non ha previsto la possibilità tecnica di digitare la formula di EQUIVALENZA del REGIME COMPOSTO per calcolare il tasso equivalente di periodo perché la funzione segnala invalidotutte le volte che si digita l’equazione. Pertanto, solo l’utente che conosce i principi della matematica finanziaria calcola separatamente il tasso equivalente di periodo corretto da inserire per il calcolo della rata costante posticipata: seguendo l’esempio proposto da Excel con la modalità dell’ANNO COMMERCIALE, il tasso equivalente trimestrale da digitare è quello calcolato con la formula di EQUIVALENZA del REGIME COMPOSTO, cioè il dato del 1,46738462%, e non quello calcolato con la la formula di EQUIVALENZA del REGIME SEMPLICE, cioè il dato del 1,5%.

Si rinvia alla normativa prevista dal PROTOTIPO FOGLIO INFORMATIVO in vigore dal 10/09/2009 al 31/10/2016 che stabilisce che “Se nel piano di ammortamento si applica il regime di capitalizzazione composta degli interessi, la conversione del tasso di interesse annuale i1 nel corrispondente tasso di interesse infrannuale i2 (e viceversa) segue la seguente formula di equivalenza intertemporale i2 = (1+i1)t1/t2 – 1”, cioè l’equazione corretta del PRINCIPIO DI EQUIVALENZA del REGIME COMPOSTO degli interessi con la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO COMMERCIALE.

I REQUISITI E I CRITERI DI IDONEITÀ DEI BANCARI LATU SENSU PROVANO IL DOLO NEI REATI CONSEGUENTI ALL’IMPIEGO DEL SISTEMA FRANCESE

Il combinato disposto delle norme previste dal Decreto Legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (TESTO UNICO BANCARIO), e cioè quelle previste dall’art. 26, dall’art. 96-bis. 3, comma 3, dall’art. 110, comma 1-bis, dall’art. 112, comma 2, dall’art. 114-quinquies. 3, comma 1-bis, dall’art. 114-undecies, comma 1-bis, certifica la sussistenza della diligenza del BONUS ARGENTARIUS dei Bancari latu sensu delle banche, degli intermediari finanziari, dei confidi, degli istituti di moneta elettronica, degli istituti di pagamento e dei sistemi di garanzia dei depositanti.

In particolare, si legge nell’art. 26 del TUB che “I soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso banche devono essere idonei allo svolgimento dell’incarico” in quanto “devono possedere requisiti di professionalità, onorabilità e indipendenza, soddisfare criteri di competenza e correttezza, dedicare il tempo necessario all’efficace espletamento dell’incarico, in modo da garantire la sana e prudente gestione della banca”.

Il comma 3 dell’art. 26 del TUB stabilisce che “Il Ministro dell’economia e delle finanze, con decreto adottato sentita la Banca d’Italia, individua: a) i requisiti di onorabilità omogenei per tutti gli esponenti; b) i requisiti di professionalità e indipendenza, graduati secondo principi di proporzionalità; c) i criteri di competenza, coerenti con la carica da ricoprire e con le caratteristiche della banca, e di adeguata composizione dell’organo; d) i criteri di correttezza, con riguardo, tra l’altro, alle relazioni d’affari dell’esponente, alle condotte tenute nei confronti delle autorità di vigilanza e alle sanzioni o misure correttive da queste irrogate, a provvedimenti restrittivi inerenti ad attività professionali svolte, nonchè a ogni altro elemento suscettibile di incidere sulla correttezza dell’esponente; e) i limiti al cumulo di incarichi per gli esponenti delle banche, graduati secondo principi di proporzionalità e tenendo conto delle dimensioni dell’intermediario; f) le cause che comportano la sospensione temporanea dalla carica e la sua durata”.

Di conseguenza, questa normativa certifica, “al di là di ogni ragionevole dubbioex art 533 c.p.p., la responsabilità penale individuale dei Bancari latu sensu degli intermediari che hanno dolosamente previsto (o NON hanno impedito di prevedere) il sistema “FRANCESE” nei contratti di finanziamento rateale in violazione dell’art. 821, comma 3, c.c. configurando il reato-mezzo di TRUFFA e, a determinate condizioni, il reato-fine di USURA, il reato di AUTORICICLAGGIO e, quando nella fase patologica agiscono in giudizio contro il finanziato, il reato di ESTORSIONE.

Infatti, la diligenza professionale qualificata del BONUS ARGENTARIUSinchioda“al di là di ogni ragionevole dubbioex art 533 c.p.p. i soggetti attivi degli intermediari nel loro momento volitivo perché la probabilità che si determini il profitto illecito è pari al 100% in quanto la stipula di una convenzione di prestito rateale non è un contratto finanziario che presenta un’alea di rischio.

In altre parole, l’atteggiamento falso e ipocrita dei Bancari latu sensu sia in sede pattizia con il dolus in contraendo, nella forma del silenzio maliziosamente serbato, sia in sede processuale civile con la temerarietà ex art. 96 c.p.c., si scontra con l’evidenza che gli stessi sono dei soggetti dotati della diligenza qualificata del BONUS ARGENTARIUS richiesta dall’esercizio specialistico di un’attività qualificata dal maggior grado di prudenza e attenzione e, quindi, sono degli esponenti aziendali che NON possono:

a) non conoscere la banale differenza fra REGIME COMPOSTO e REGIME SEMPLICE degli interessi;

b) non sapere che se utilizza il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO per determinare il valore della rata costante posticipata di un prestito rateale si ottiene un valore più alto rispetto all’uso del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME SEMPLICE perché vi è ANATOCISMO;

c) non avere cognizione che l’utilizzo del meccanismo secondario di anatocismo del tasso NON equivalente periodale con il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO accentua la composizione degli interessi sugli interessi;

d) non avere notizia che l’utilizzo con il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO dei meccanismi secondari di anatocismo delle modalità di ponderazione dei periodi rateali diverse da quella dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” ex art. 821, comma 3, c.c. accentua la composizione degli interessi sugli interessi;

e) non avere appreso che l’impiego con il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO di uno qualsiasi degli ARTIFICI CONTABILI che generano ulteriori interessi iniqui rappresenta un meccanismo secondario di anatocismo che accentua la composizione degli interessi sugli interessi;

f) non avere inteso che l’utilizzo congiunto con il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO dei vari meccanismi secondari di anatocismo determina un valore ancora più alto di rata costante posticipata.

Si evidenzia che il Consiglio di Stato, con parere del 16 ottobre 2020 n. 1604, ha analizzato lo schema di decreto legislativo del Ministero dell’economia e delle finanze inviato il 3 settembre 2020 n. prot. 7219 in attuazione delle sopra elencate previsioni normative del TUB introdotte con la riforma del 2015 (decreto legislativo 12 maggio 2015, n. 72, attuativo della Direttiva 2013/36/UE, CRD IV).

Lo schema di decreto legislativo sottoposto all’esame del Consiglio di Stato ha lo scopo di allineare la disciplina interna sia alle Linee Guida elaborate dall’EBA e dall’ESMA sulla valutazione dell’idoneità degli esponenti aziendali dei soggetti che rientrano nell’ambito di applicazione della CRD IV sia alla Guida BCE sulla verifica dei requisiti di idoneità degli esponenti delle banche pubblicata dalla Banca Centrale Europea nel 2017.

Come evidenzia il Consiglio di Stato, lo schema di decreto legislativo colma anche diverse lacune dell’attuale quadro normativo perchè:

1) introduce una definizione di amministratore indipendente, necessaria per dare effettiva attuazione alle disposizioni di vigilanza che assegnano un ruolo a questi esponenti;

2) impone requisiti di professionalità per tutti gli amministratori di banche, ivi incluse le banche di credito cooperativo (il D.M. vigente prevede requisiti di professionalità nelle BCC solo per il presidente e il direttore generale), e aggiorna quelli per i sindaci;

3) contempla una disciplina specifica per i modelli dualistico e monistico.

CASSAZIONE CIVILE, SENTENZA DEL 01-07-2020 N. 13264

Illegittima segnalazione in Centrale Rischi

In caso di errata segnalazione alla centrale rischi della Banca d’Italia, l’accertamento del danno causato dalla lesione del credito commerciale esige l’accertamento sia del nesso causale tra la condotta illecita e la contrazione dei finanziamenti o la perduta possibilità di accesso al credito sia del nesso causale tra la contrazione dei finanziamenti e il peggioramento dell’andamento economico del soggetto danneggiato. Per l’accertamento del SECONDO NESSO è decisivo l’esame circa le pregresse condizioni economiche e patrimoniali della società che assume di essere stata danneggiata e deve quindi ritenersi viziata per omesso esame di un fatto decisivo la sentenza che non abbia preso in esame tale fatto materiale.

Il risarcimento va escluso se si tratta di società in crisi da anni e manca la prova che la stretta sui finanziamenti degli istituti di credito sia collegata al comportamento illegittimo della banca che ha lanciato l’“alert”. Ad affermarlo è la Cassazione che ha accolto sul punto il ricorso della banca autrice di una segnalazione errata che riguardava un’esposizione debitoria nel confronti di un altro istituto che in realtà non c’era. La suprema corte, pur confermando l’inesistenza dell’indebitamento segnalato, rinvia la decisione alla Corte d’appello affinché svolga una nuova valutazione sul nesso causale tra la stretta sui crediti e l’“alert” infondato.

Al fine di liquidare il danno all’immagine subito da una società per l’illegittima segnalazione presso la Centrale Rischi è necessario effettuare un’indagine sulla diffusione della notizia diffamatoria, sulla sua percepibilità da parte della collettività, sulla possibilità per fornitori e clienti di connettere il declino societario a quella notizia piuttosto che ad altri fattori, sulla eccedenza del danno rispetto alla soglia della normale tollerabilità.

CASSAZIONE PENALE, SENTENZA DEL 23-11-2011 N. 46669

Sussistenza del dolo dei bancari latu sensu nel reato di usura

Quanto all’individuazione specifica del BANCARIO latu sensu che ha commesso il reato di USURA, occorre evidenziare che nella Circolare della Banca d’Italia del 17/12/2013 n. 285 nella versione riformata a settembre 2016 per il recepimento della disciplina sui contratti di CREDITO IMMOBILIARE AI CONSUMATORI si legge nell’“Allegato A – Disposizioni speciali relative a particolari categorie di rischio” che “Le deleghe in materia di EROGAZIONE DEL CREDITO devono risultare da apposita delibera dell’organo con funzione di supervisione strategica e devono essere commisurate alle caratteristiche dimensionali della banca. Nel caso di fissazione di limiti “a cascata” (quando, cioè, il delegato delega a sua volta entro i limiti a lui attribuiti), la griglia dei limiti risultanti deve essere documentata. Il SOGGETTO DELEGANTE deve inoltre essere periodicamente informato sull’esercizio delle deleghe, al fine di poter effettuare le necessarie verifiche” e si stabilisce nella “Sezione IV – Esternalizzazione di funzioni aziendali (outsourcing) al di fuori del gruppo bancario” che “La banca, attraverso il ricorso all’esternalizzazione, non può delegare le proprie responsabilità, né la responsabilità degli organi aziendali. In linea con questo principio, a titolo esemplificativo, non è ammessa l’esternalizzazione di attività che rientrano tra i compiti degli organi aziendali (cfr. Sezione II) o che riguardano aspetti nevralgici del processo di EROGAZIONE DEL CREDITO (ad es., il processo di valutazione del merito di credito e di monitoraggio delle relazioni creditizie)”. Inoltre, a seguito della riforma societaria operata con la Legge del 03/10/2001 n. 366 e con il D.Lgs. del 17/01/2003 n. 6 è possibile da parte dello STATUTO determinare la struttura della società in base al c.d. modello dualistico e, quindi, vi è la possibilità che la carta societaria abbia previsto un’attribuzione diretta ad altri organismi, quali ad esempio i COMITATI DIRETTIVI o i COMITATI CENTRALI, di compiti di gestione sottratti alla sfera di ingerenza del CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE e del suo PRESIDENTE senza che l’organo apicale possa determinare autonomamente una DELEGA DI FUNZIONI. Inoltre, gli istituti di rilievo nazionale sono generalmente strutturati in base a una complessa organizzazione amministrativa e funzionale che prevede una delineata suddivisione di compiti che comporta che le funzioni di rappresentanza generale sono di solito in capo al PRESIDENTE degli organi di vertice, le funzioni di governance strategica sono attribuite al CONSIGLIO D’AMMINISTRAZIONE e quelle di controllo sono conferite al COLLEGIO DEI REVISORI. Questi intermediari di grosse dimensioni hanno poi spesso strutturato gli organi centrali in un sottosistema che, a sua volta, comprende la DIREZIONE GENERALE, le DIREZIONI CENTRALI e varie DIREZIONI PERIFERICHE ogni una con precisi compiti gestionali e operativi, come, ad esempio, solitamente avviene per la precisa incombenza dell’erogazione del credito che comporta la determinazione delle relative condizioni contrattuali e dei tassi d’interesse. Ovviamente, in questi intermediari con dimensioni spesso internazionali è quasi sempre lo STATUTO che stabilisce direttamente i poteri conferiti ai vari organi societari limitando la possibilità che il CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE possa esercitare autonomamente una DELEGA DI FUNZIONI. In linea di massima, comunque, si può tenere conto del MODELLO DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO ex D.Lgs. del 08/06/2001 n. 231 (in G.U. del 19/06/01 n. 140) anche se nell’ambito dei reati presupposto è escluso il delitto di USURA ex art. 644 c.p. e, quindi, non è certa per questo reato la sussistenza di una DELEGA DI POTERI a specifici BANCARI latu sensu [1].

Quanto all’individuazione dei SOGGETTI in posizione apicale che concorrono nel reato di USURA ex art. 644 c.p. commesso nei confronti dei finanziati, appartengono sicuramente a questa categoria gli AMMINISTRATORI BANCARI latu sensu, sia quelli dotati di deleghe sia quelli non dotati di deleghe come stabilito dalla sentenza della Cass. Civ. del 26/02/2019 n. 5606 [2], che hanno una loro personale responsabilità penale concorrente ai sensi combinato disposto dell’art. 40, comma 2, c.p. che prevede che Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarloe dell’art. 2392 c.c. che stabilisce che “Gli amministratori devono adempiere i doveri ad essi imposti dalla legge e dallo statuto con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle loro specifiche competenze. Essi sono solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall’inosservanza di tali doveri, a meno che si tratti di attribuzioni proprie del comitato esecutivo o di funzioni in concreto attribuite ad uno o più amministratori. In ogni caso gli amministratori, fermo quanto disposto dal comma terzo dell’articolo 2381, sono solidalmente responsabili se, essendo a conoscenza di fatti pregiudizievoli, non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose. La responsabilità per gli atti o le omissioni degli amministratori non si estende a quello tra essi che, essendo immune da colpa, abbia fatto annotare senza ritardo il suo dissenso nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio, dandone immediata notizia per iscritto al presidente del collegio sindacale”.

In generale, per rispondere del mancato impedimento di un evento ex art. 40, comma 2, c.p. è necessario “l’esistenza di un obbligo giuridico di attivarsi allo scopo: detto obbligo può nascere da qualsiasi ramo del diritto, e quindi anche dal diritto privato (sentenza della Cass. Pen. Sez. IV del 23/09/2009 n. 39959) anche perché “Il dovere di agire informati dei consiglieri non esecutivi delle società bancarie, sancito dall’art. 2381 c.c., commi 3 e 6 e art. 2392 c.c., non va rimesso, nella sua concreta operatività, alle segnalazioni provenienti dai rapporti degli amministratori delegati, giacché anche i primi devono possedere ed esprimere costante e adeguata conoscenza del business bancario e, essendo compartecipi delle decisioni di strategia gestionale assunte dall’intero consiglio, hanno l’obbligo di contribuire ad assicurare un governo efficace dei rischi di tutte le aree della banca e di attivarsi in modo da poter efficacemente esercitare una funzione di monitoraggio sulle scelte compiute dagli organi esecutivi, non solo in vista della valutazione delle relazioni degli amministratori delegati, ma anche ai fini dell’esercizio dei poteri, spettanti al consiglio di amministrazione, di direttiva o avocazione concernenti operazioni rientranti nella delega” (sentenza della Cass. Civ. Sez. II del 18/04/2018 n. 9546 [3]).

In particolare, nella sentenza della Cass. Pen. Sez. II del 23/11/2011 n. 46669 si ritrovano i principi di diritto che consentono di delineare per il reato-fine di USURA ex art. 644 la personale responsabilità penale concorrente degli AMMINISTRATORI BANCARI latu sensu tutte le volte che gli stessi non vigilano e non impediscono che le PROCEDURE INTERNE consentano che nei finanziamenti rateali erogati sia utilizzato il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO in violazione dell’art. 821, comma 3, c.c., norma imperativa mai derogata che proibisce l’ANATOCISMO di tipo GENETICO. Si legge nella motivazione della sentenza che “… (…) … E’ attribuibile ai PRESIDENTI degli istituti bancari e dei relativi CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE una c.d. POSIZIONE DI GARANZIA, in quanto la formale rappresentanza dell’istituto bancario, se non accompagnata da poteri di decisione o gestione operativa, appare totalmente priva di significato nell’ottica della tutela di interessi che ricevono protezione penale. Si deve quindi affermare che i presidenti delle banche, quali persone fisiche, siano garanti agli effetti penali, cioè tenuti a rendere operativa una posizione di garanzia, che, in ultima analisi, fa capo all’ente, centro d’imputazione dell’attività di erogazione del credito nell’ambito della quale ben può essere ravvisata la violazione del precetto penale anche in capo ai predetti organi. Tale rilievo è valido anche nel caso in cui non risultino attribuite, dalla legge o dagli statuti dei singoli enti, specifiche attribuzioni ad altro organo, senza possibilità di interferenze da parte di altri organismi, ancorché posti in posizione apicale rispetto all’organo subordinato competente per determinate materie, in un’ottica MONISTICA, in cui anche la gestione operativa dell’istituto spetta al consiglio di amministrazione. Anche nel caso in cui, in base a norme statutarie, l’azienda sia stata suddivisa in DISTINTI SETTORI E SERVIZI, così come avviene solitamente nelle banche di notevoli dimensioni con l’istituzione di una direzione generale a cui vengono affidati specifici compiti, e a cui siano stati preposti soggetti qualificati idonei, con poteri e autonomia per la gestione di determinati affari, può ravvisarsi una responsabilità penale nei confronti del PRESIDENTE del consiglio di amministrazione o dei SUOI COMPONENTI, in virtù dei poteri di indirizzo e coordinamento e, più in generale “di garanzia”, a tutela dell’osservanza delle norme di legge. … (…) … E’ compito degli ORGANI APICALI vigilare e impedire che venga superato il tasso soglia, mentre l’applicazione delle relative condizioni può essere demandata agli ORGANI GESTIONALI, non potendo essere del tutto rigida, essendo connessa all’andamento dei mercati, mentre raramente è personalizzata in relazione alle caratteristiche ed esigenze del singolo cliente. In tal caso è ravvisabile in capo al PRESIDENTE o al CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE un potere di controllo gestionale sull’attività della DIREZIONE GENERALE o CENTRALE COMMERCIALE con specifico riferimento alla determinazione dei tassi di interesse, anche se a termini statutari tali i organismi sottordinati abbiano autonomia gestionale operativa, con conseguente responsabilità penale concorrente degli ORGANI APICALI ove venga superato il tasso soglia degli interessi in ordine alla erogazione del credito alla clientela. …(…)… In mancanza di specifiche attribuzioni agli ORGANI DI VERTICE delle banche, nessuna DELEGA era necessaria per attribuire alla DIREZIONE GENERALE o CENTRALE della stessa la competenza a determinare le condizioni da applicare alla clientela e, quindi, anche i relativi tassi soglia, trattandosi di competenze autonomamente attribuite dallo statuto o da altre norme regolamentari a tali organi sottordinati. Tali NORME STATUTARIE, tuttavia, non esonerano, come già evidenziato, i PRESIDENTI delle Banche dal controllo gestionale generale relativo alla determinazione del tasso soglia e dalla responsabilità, sia PENALE sia CIVILE connessa al suo superamento, anche se non hanno concretamente partecipato alla determinazione dei tassi di interesse con riferimento ai singoli clienti”.

Quanto alla coscienza dell’antigiuridicità del fatto, cioè alla consapevolezza degli AMMINISTRATORI BANCARI latu sensu del disvalore penale della propria condotta nel reato-mezzo di TRUFFA ex art. 640, comma 1, c.p. e nel reato-fine di USURA ex art. 644, c.p. commesso nei confronti dei finanziati e, quindi, all’eventuale invocabilità dell’art. 5 c.p., la sentenza della Cass. Pen. Sez. II del 23/11/2011 n. 46669 ha stabilito in tema di USURA che “i PRESIDENTI dei consigli di amministrazione delle banche interessate non possono invocare l’inevitabilità dell’errore sulla legge penale (art. 5 c.p.) svolgendo attività in uno specifico settore rispetto al quale gli ORGANI DI VERTICE hanno il dovere di informarsi con diligenza sulla normativa esistente, essendo loro attribuiti, dai relativi statuti, poteri in materia di erogazione del credito, rientranti nell’ambito dei più generali poteri di indirizzo dell’impresa, sussistendo in capo agli stessi una POSIZIONE DI GARANZIA essendo gli interessi protetti dalla norma incriminatrice soggetti alla sfera d’azione e di potenziale controllo dei presidenti e legali rappresentanti dei tre istituti di credito. La specifica competenza degli imputati che connota o deve, comunque, connotare gli ORGANI DI VERTICE della banca, consente di individuare negli stessi i garanti primari della corretta osservanza delle disposizioni di legge in tema di USURA, indipendentemente dalla suddivisione dei compiti all’interno dell’istituto che non esonera i vertici dall’obbligo di vigilanza e controllo della osservanza delle disposizioni di LEGGI, segnatamente in tema di superamento del tasso soglia. … (…) … Non è scusabile, in linea di principio, da parte di un istituto di credito, l’errore riferibile al calcolo dell’ammontare degli interessi usurari trattandosi di interpretazione che, oltre ad essere nota all’ambiente bancario, non presenta in sé particolari difficoltà. Tale dovere è particolarmente rigoroso nei confronti degli ORGANI DI VERTICE della banca, essendo per costoro particolarmente accentuato il dovere di informazione sulla legislazione in materia, esistendo sempre un obbligo incombente su chi svolge attività in un determinato settore di informarsi con molta diligenza sulla normativa esistente e, nel caso di dubbio, di astenersi dal porre in essere la condotta. Invece la scusabilità dell’ignoranza e l’inevitabilità dell’errore va riconosciuta ogniqualvolta l’errore sia stato originato da un comportamento positivo degli ORGANI AMMINISTRATIVI o da un complessivo pacifico orientamento GIURISPRUDENZIALE da cui l’agente abbia tratto il convincimento della correttezza della interpretazione e, conseguentemente della liceità del comportamento futuro in forza della sentenza n. 364 del 1988 della Corte Costituzionale) (cfr per tale orientamento, Sez. 4, Sentenza n. 32069 del 15/07/2010 Cc. (dep. 18/08/2010) Rv. 248339). La Consulta, con la sentenza 24 marzo 1988 n. 364 e con la successiva sentenza 22 aprile 1992 n. 185, ha attribuito rilevanza alla sola “ignoranza inevitabile” della legge penale (art. 5 c.p.). A tal fine, come già puntualizzato dalle Sezioni unite (sentenza 10 giugno 1994, Calzetta), per stabilirne i presupposti e i limiti, deve ritenersi che per il comune cittadino l’inevitabilità dell’errore va riconosciuta in tutte le occasioni in cui l’agente abbia assolto, con il criterio della normale diligenza, al cosiddetto “dovere di informazione”, attraverso l’espletamento di qualsiasi utile accertamento per conseguire la conoscenza della legislazione vigente in materia. Invece, per tutti coloro che svolgono professionalmente una determinata attività, tale dovere è particolarmente rigoroso, incombendo su di essi, in ragione appunto della loro posizione, un obbligo di informarsi con tutta la diligenza possibile e essi rispondono dell’illecito anche alla stregua della culpa levis; in questa seconda situazione, occorre cioè, ai fini della scusabilità dell’ignoranza, che da un comportamento positivo degli organi amministrativi o da un complessivo pacifico orientamento giurisprudenziale l’agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell’interpretazione normativa e, conseguentemente, della liceità del comportamento tenuto (cfr. Sezione 6, 27 giugno 2005, Pitruzzello; Sezione 6, 20 maggio 2010, Pinori ed altro). … (…) … Soltanto l’incertezza derivante da contrastanti orientamenti GIURISPRUDENZIALI, e, in particolare, della GIURISPRUDENZA DI LEGITTIMITÀ, nell’interpretazione e nell’applicazione di una norma con riferimento all’epoca dei fatti, non abilita da sola ad invocare la condizione soggettiva d’ignoranza inevitabile della legge penale, in quanto il ragionevole dubbio sulla liceità o meno deve indurre il soggetto ad un atteggiamento più attento, fino cioè, secondo quanto emerge dalla sentenza 364/1988 della Corte Costituzionale, all’astensione dall’azione se, nonostante tutte le informazioni assunte, permanga l’incertezza sulla liceità o meno dell’azione stessa, dato che il dubbio, non essendo equiparabile allo stato d’inevitabile ed invincibile ignoranza, è inidoneo ad escludere la CONSAPEVOLEZZA dell’illiceità (cfr. in tal senso Sez. 6, Sentenza n. 6175 del 27/03/1996 Ud. (dep. 27/05/1995) Rv. 201518. Nel caso di specie, invece, in mancanza di un orientamento GIURISPRUDENZIALE DI LEGITTIMITÀ, sia civile che penale, all’epoca, che ritenesse illecita tale prassi bancaria, sviluppatosi poi successivamente, nessuna censura di mancanza di doverosa prudenza può essere posta a carico dei Presidenti delle banche e, in base a tale duplice valutazione, non può ritenersi violato il dovere di diligenza nella ricostruzione dei criteri applicabili ai fini della individuazione del tasso soglia a carico degli organi di vertici degli istituti bancari. Devono, quindi, ritenersi mancare, stante le vicende richiamate a fondamento della buona fede dei ricorrenti, profili di colpa incompatibili con la pronuncia liberatoria. … (…) … Tuttavia, una volta accertata la sussistenza del fatto reato sotto il PROFILO OGGETTIVO da parte degli istituto di credito, trattandosi comunque di illecito avente rilevanza civilistica, non rileva, ai FINI RISARCITORI, che non sia stato accertato il RESPONSABILE PENALE della condotta illecita, in quanto l’AZIONE RISARCITORIA CIVILE ben potrà essere espletata nei confronti degli istituti interessati che rispondono, comunque, ex art. 1118 e 1228 c.c., del fatto dei propri dipendenti. Il rilievo della personalità dell’attività bancaria sbiadisce mentre emerge il ruolo preponderante svolto dalla corretta PROCEDURALIZZAZIONE di un’attività collettiva, comunque imputabile all’istituto. Su questa base la responsabilità della banca sussiste per il solo fatto che il danno ingiusto si è verificato per una condotta comunque alla stessa imputabile, dovendosi limitare l’apprezzamento della CONDOTTA DOLOSA o COLPOSA (poco importa tale distinzione ai fini civilistici), alla comparazione tra standards normativicome nella fattispecie in cui viene in rilievo la violazione dell’art. 644 c.p., comma 4, – situazione concreta, idonea a far ricadere sulla banca anche il rischio dei c.d. “DANNI ANONIMI”, cioè di cui non sia stato individuato il responsabile”.

Conseguentemente, in merito alla personale responsabilità penale concorrente degli AMMINISTRATORI BANCARI latu sensu, sia quelli dotati di deleghe sia quelli non dotati di deleghe come stabilito dalla sentenza della Cass. Civ. del 26/02/2019 n. 5606, per il reato-mezzo di TRUFFA ex art. 640, comma 1, c.p. e per il reato-fine di USURA ex art. 644, c.p. si possono fare le seguenti considerazioni generali:

  1. È compito dei BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI di vigilare e impedire che le PROCEDURE INTERNE consentano che nei finanziamenti rateali sia utilizzato il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO in violazione dell’art. 821, comma 3, c.c. che proibisce l’ANATOCISMO di tipo GENETICO e, se questo non succede, vi è conseguente responsabilità penale concorrente. Il concorso nel reato sussiste anche nell’eventualità in cui lo STATUTO preveda la precisa incombenza dell’erogazione del credito, che comporta la determinazione delle relative condizioni contrattuali e dei tassi d’interesse,ad altri soggetti di ORGANI GESTIONALI SOTTORDINATI perché, in tale caso, è ravvisabile “in capo al PRESIDENTE o al CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE un potere di controllo gestionale sull’attività della DIREZIONE GENERALE o CENTRALE COMMERCIALE”;
  2. I BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI non possono invocare l’inevitabilità dell’errore sulla legge penale ex art. 5 c.p. perché, esistendo una POSIZIONE DI GARANZIA che consente di individuare negli stessi i garanti primari della corretta osservanza degli interessi protetti sia dal reato di TRUFFA sia dal reato di USURA, da una parte, non sussiste un errore riferibile al calcolo degli INTERESSI CORRISPETTIVI se si utilizza l’illecito PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO al posto del lecito PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 o con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE ex art. 821, comma 3, c.c. che utilizza la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” in quanto la sussistenza dell’ANATOCISMO conseguente all’impiego del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME ESPONENZIALE è una questione matematica cheoltre ad essere nota all’ambiente bancario, non presenta in sé particolari difficoltàdi interpretazione e, dall’altra, in merito alla verifica dell’USURARIETÀ del contratto strettamente connessa al TASSO CORRISPETTIVO che non tiene conto dei COSTI inerenti alla FASE PATOLOGICA del negozio giuridico, non sussiste un errore riferibile al calcolo degli INTERESSI CORRISPETTIVI ATTUALIZZATI da inserire come COSTO EFFETTIVO in t_0 nell’obbligatoria formula del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME ANATOCISTICO imposta dai burocrati della Banca d’Italia in quanto tale conteggio è una questione matematica cheoltre ad essere nota all’ambiente bancario, non presenta in sé particolari difficoltàdi interpretazione;
  3. I BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI non possono invocare l’inevitabilità dell’errore sulla legge penale ex art. 5 c.p. perché, esistendo una POSIZIONE DI GARANZIA che consente di individuare negli stessi i garanti primari della corretta osservanza degli interessi protetti sia dal reato di TRUFFA sia dal reato di USURA, da una parte, è fuori discussione la loro consapevolezza che l’importo del COSTO EFFETTIVO inerente alla SOLO FASE PATOLOGICA è calcolato con l’illegale RATA individuata con il vietato PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO anziché con la legale RATA specificata con il lecito PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 o con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE che usa la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO” e, pertanto, non sussistendo un errore riferibile al calcolo degli INTERESSI MORATORI e degli ONERI ASSIMILABILI contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo, il necessario rapporto matematico per la verifica dell’USURARIETÀ del contratto strettamente connessa al TASSO MORATORIO che non tiene conto dei COSTI inerenti alla FASE FISIOLOGICA del negozio giuridico è una questione matematica cheoltre ad essere nota all’ambiente bancario, non presenta in sé particolari difficoltàdi interpretazione e, dall’altra, è indubitabile che gli stessi hanno la consapevolezza che se il finanziato non pagherà la rata di rimborso incasseranno effettivamente ulteriori truffaldini INTERESSI CORRISPETTIVI “mascherati” perché calcolati con il TASSO MORATORIO e con gli ONERI ASSIMILABILI contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo e, pertanto, non sussiste un errore riferibile a questo calcolo in quanto è una questione matematica cheoltre ad essere nota all’ambiente bancario, non presenta in sé particolari difficoltàdi interpretazione;
  4. I BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI non possono invocare l’inevitabilità dell’errore sulla legge penale ex art. 5 c.p. in relazione al delitto di TRUFFA ex art. 640 c.p. connessa al TASSO CORRISPETTIVO sia perché tale disposizione non è “una norma penale in bianco il cui precetto è destinato ad essere completato da un elemento esterno, che completa la fattispecie incriminatrice” [4] come il reato di USURA e, quindi, non può sussistere la scusabilità dell’ignoranza e l’inevitabilità dell’errore originato da un comportamento positivo della Banca d’Italia, sia perché non esiste alcun orientamento GIURISPRUDENZIALE DI LEGITTIMITÀ CIVILE o PENALE che affermi che non esiste il delitto ex art. 640 c.p. se si utilizza il PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO in violazione dell’art. 821, comma 3, c.c. che proibisce l’ANATOCISMO di tipo GENETICO sia perché il contrastante orientamento GIURISPRUDENZIALE DI MERITO CIVILE è stato determinato dal doloso atteggiamento processuale degli intermediari che agiscono o resistono nei giudizi civili richiedendo la condanna per lite temeraria ex art. 96 c.p.c. per ANATOCISMO inesistente nel PDA FRANCESE. Conseguentemente, da una parte, non può sussistere per questi soggetti una possibile incertezza sulla liceità o meno dell’azione stessa” ma, al contrario, vi è sempre una CONSAPEVOLEZZA INTENZIONALE dell’illiceità del fatto che costituisce reato di TRUFFA e, dall’altra, può essere contestato il c.d. concorso morale nel reato di TRUFFA ai tecnici e ai dirigenti dell’Istituto di Vigilanza ogniqualvolta si riscontri effettivamente nel rapporto fra gli intermediari e i clienti l’uso del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME ANATOCISTICO per la determinazione della rata di un finanziamento rateale per aver predisposto e pubblicato in G.U. GUIDA che rafforzano e facilitano il proposito criminoso;
  5. I BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI non possono invocare l’inevitabilità dell’errore sulla legge penale ex art. 5 c.p. in relazione al delitto di TRUFFA ex art. 640 c.p. connessa al TASSO MORATORIO e agli ONERI ASSIMILABILI contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo sia perché tale disposizione non è “una norma penale in bianco il cui precetto è destinato ad essere completato da un elemento esterno, che completa la fattispecie incriminatrice” come il reato di USURA e, quindi, non può sussistere la scusabilità dell’ignoranza e l’inevitabilità dell’errore originato da un comportamento positivo della Banca d’Italia, sia perché non esiste alcun orientamento GIURISPRUDENZIALE DI LEGITTIMITÀ CIVILE o PENALE che affermi che non esiste il delitto ex art. 640 c.p. se l’importo del COSTO EFFETTIVO inerente alla SOLO FASE PATOLOGICA è calcolato con l’illegale RATA individuata con il vietato PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO anzichécon la legale RATA specificata con il lecito PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0 o con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE che usa la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO”. Conseguentemente, non può sussistere per questi soggetti una possibile incertezza sulla liceità o meno dell’azione stessa” ma, al contrario, vi è sempre una CONSAPEVOLEZZA INTENZIONALE dell’illiceità del fatto che costituisce reato di TRUFFA;
  6. I BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI non possono invocare l’inevitabilità dell’errore sulla legge penale ex art. 5 c.p. in relazione al delitto di USURA ex art. 644 c.p. per la verifica dell’USURARIETÀ del contratto strettamente connessa al TASSO CORRISPETTIVO che non tiene conto dei COSTI inerenti alla FASE PATOLOGICA del negozio giuridico sia perché non esiste un comportamento positivo della Banca d’Italia che per i FINANZIAMENTI RATEALI ha escluso espressamente dal calcolo del TEG l’importo dell’ANATOCISMO PRIMARIO e SECONDARIO del TASSO CORRISPETTIVO conseguente all’impiego dell’illecito PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO sia perché non esiste alcun orientamento GIURISPRUDENZIALE DI LEGITTIMITÀ CIVILE o PENALE che affermi che il controllo dell’USURARIETÀ del contratto debba essere effettuato senza tenere conto dell’importo dell’ANATOCISMO PRIMARIO e SECONDARIO del TASSO CORRISPETTIVO vietato dall’ dell’art. 821, comma 3, c.c.. Conseguentemente, non può sussistere per questi soggetti una possibile incertezza sulla liceità o meno dell’azione stessa” ma, al contrario, vi è sempre una CONSAPEVOLEZZA INTENZIONALE dell’illiceità del fatto che costituisce reato di USURA;
  7. I BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI non possono invocare l’inevitabilità dell’errore sulla legge penale ex art. 5 c.p. in relazione al delitto di USURA ex art. 644 c.p. per la verifica dell’USURARIETÀ del contratto strettamente connessa al TASSO MORATORIO che non tiene conto dei COSTI inerenti alla FASE FISIOLOGICA del negozio giuridico anche se c’è un comportamento positivo della Banca d’Italia che ha escluso espressamente dal calcolo del TEG “gli INTERESSI DI MORA e gli ONERI ASSIMILABILI contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo” in quanto sussiste sia l’art. 1, comma 1, della Legge del 28/02/2001 n. 24 di conversione del D.L. del 29/12/2000 n. 394 ha stabilito che “Ai fini dell’applicazione dell’art. 644 del codice penale e dell’art. 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento” sia la successiva sentenza della Corte Cost. del 25/02/2002 n. 29 che ha affermato che “va in ogni caso osservato – ed il rilievo appare in sé decisivo – che il riferimento contenuto all’art. 1,1° comma, del decreto-legge n. 394 del 2000 agli interessi “a qualunque titolo convenuti” rende plausibile – senza necessità di specifica motivazione – l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il TASSO SOGLIA riguarderebbe anche gli INTERESSI MORATORI” sia un indirizzo giurisprudenziale consolidato [5] della Corte di Cassazione Civile le cui più note sentenze sono quelle del 09/01/2013 n. 350 [6] che ha stabilito nella motivazione che “… (…) … ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art. 1815 c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di INTERESSI MORATORI (Corte Cost. 25 febbraio 2002 n. 29: “il riferimento, contenuto nel D.L. n. 394 del 2000, art. 1, comma 1, agli interessi a qualunque titolo convenuti rende plausibile – senza necessità di specifica motivazione – l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli INTERESSI MORATORI”; Cass. n. 5324/2003)”, del 06/03/2017 n. 5598 che ha precisato che “è noto che in tema di contratto di MUTUO, la L. n. 108 del 1996, art. 1, che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari, riguarda sia gli INTERESSI CORRISPETTIVI che quelli MORATORI (Cass. 4 aprile 2003, n. 5324)”, del 04/10/2017 n. 23192 che ha decretato che “è noto che in tema di contratto di mutuo, la L. n. 108 del 1996, art. 1, che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi che quelli moratori (Cass. 4 aprile 2003, n. 5324). Ha errato, allora, il tribunale nel ritenere in maniera apodittica che il tasso di soglia non fosse stato superato nella fattispecie concreta, solo perchè non sarebbe consentito cumulare gli interessi corrispettivi a quelli moratori al fine di accertare il superamento del detto tasso” (Cass. ord. 5598/2017; con principio già affermato da Cass. 14899/2000)” e le Sezioni Unite del 18/09/2020 n. 19597 che hanno stabilito che il TASSO DI MORA “deve soggiacere ai limiti antiusura” che espressamente prevedono ex art. 644 c.p. la rilevanza degli INTERESSI DI MORA e degli ONERI ASSIMILABILI ai fini del controllo dell’USURARIETÀ. Conseguentemente, non può sussistere per questi soggetti una possibile incertezza sulla liceità o meno dell’azione stessa” ma, al contrario, vi è sempre una CONSAPEVOLEZZA INTENZIONALE dell’illiceità del fatto che costituisce reato di USURA;
  8. Nella denegata ipotesi che i BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI possano essere considerati non responsabili penalmente in concorso del reato di TRUFFA connessa sia al solo TASSO CORRISPETTIVO sia al solo TASSO MORATORIO, occorre rilevare che non può essere messo in discussione sia la sussistenza del fatto reato sotto il PROFILO OGGETTIVO sia la sussistenza del fatto reato sotto il PROFILO SOGGETTIVO in capo ai BANCARI latu sensu SOTTOPOSTI che hanno concretamente partecipato alla determinazione delle condizioni contrattuali e dei tassi d’interesse “con riferimento ai singoli clienti”. Pertanto, in questa ricusata eventualità, l’AZIONE RISARCITORIA CIVILE può essere comunque espletata nei confronti degli intermediari che rispondono ex art. 1118 e 1228 c.c., del fatto dei propri dipendentiperchéemerge il ruolo preponderante svolto dalla corretta PROCEDURALIZZAZIONE di un’attività collettiva, comunque imputabile all’istituto. Su questa base la responsabilità della banca sussiste per il solo fatto che il danno ingiusto si è verificato per una condotta comunque alla stessa imputabile”. In definitiva, anche per la violazione dell’art. 640 c.p. sussiste una situazione concreta, idonea a far ricadere sulla banca anche il rischio dei c.d. “DANNI ANONIMI”, cioè di cui non sia stato individuato il responsabile”;
  9. Nella denegata ipotesi che i BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI possano essere considerati non responsabili penalmente in concorso del reato di USURA per la verifica dell’USURARIETÀ del contratto strettamente connessa al TASSO CORRISPETTIVO che non tiene conto dei COSTI inerenti alla FASE PATOLOGICA del negozio giuridico, occorre rilevare che non può essere messo in discussione sia la sussistenza del fatto reato sotto il PROFILO OGGETTIVO sia la sussistenza del fatto reato sotto il PROFILO SOGGETTIVO in capo ai BANCARI latu sensu SOTTOPOSTI che hanno concretamente partecipato alla determinazione delle condizioni contrattuali e dei tassi d’interesse “con riferimento ai singoli clienti”. Pertanto, in questa ricusata eventualità, l’AZIONE RISARCITORIA CIVILE può essere comunque espletata nei confronti degli intermediari che rispondono ex art. 1118 e 1228 c.c., del fatto dei propri dipendentiperchéemerge il ruolo preponderante svolto dalla corretta PROCEDURALIZZAZIONE di un’attività collettiva, comunque imputabile all’istituto. Su questa base la responsabilità della banca sussiste per il solo fatto che il danno ingiusto si è verificato per una condotta comunque alla stessa imputabile”. In definitiva, per la violazione dell’art. 644 c.p. strettamente connessa al TASSO CORRISPETTIVO sussiste una situazione concreta, idonea a far ricadere sulla banca anche il rischio dei c.d. “DANNI ANONIMI”, cioè di cui non sia stato individuato il responsabile”;
  10. Nella denegata ipotesi che i BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI possano essere considerati non responsabili penalmente in concorso del reato di USURA per la verifica dell’USURARIETÀ del contratto strettamente connessa al TASSO MORATORIO che non tiene conto dei COSTI inerenti alla FASE FISIOLOGICA del negozio giuridico, occorre rilevare che non può essere messo in discussione la sussistenza del fatto reato sotto il PROFILO OGGETTIVO. Pertanto, in questa eventualità, l’AZIONE RISARCITORIA CIVILE può essere comunque espletata nei confronti degli intermediari che rispondono ex art. 1118 e 1228 c.c., del fatto dei propri dipendentiperchéemerge il ruolo preponderante svolto dalla corretta PROCEDURALIZZAZIONE di un’attività collettiva, comunque imputabile all’istituto. Su questa base la responsabilità della banca sussiste per il solo fatto che il danno ingiusto si è verificato per una condotta comunque alla stessa imputabile”. In definitiva, per la violazione dell’art. 644 c.p. strettamente connessa al TASSO MORATORIO sussiste una situazione concreta, idonea a far ricadere sulla banca anche il rischio dei c.d. “DANNI ANONIMI”, cioè di cui non sia stato individuato il responsabile”.

In realtà, la personale responsabilità penale concorrente degli AMMINISTRATORI BANCARI latu sensu per il reato di USURA ex art. 644 non può essere esclusa perché sussiste l’aggravante SOGGETTIVA della connessione ex art. 61, numero 2, c.p. con il reato-mezzo di TRUFFA ex art. 640, comma 1, c.p., cioè esiste l’aggravante che si configura per “aver commesso il reato per eseguirne od occultarne un altro, ovvero per conseguire o assicurare a sé o ad altri il prodotto o il profitto o il prezzo ovvero la impunità di un altro reato[7].

Quanto ai BANCARI latu sensu degli ORGANI GESTIONALI SOTTORDINATI che sono investiti dallo STATUTO o da una DELEGA DI FUNZIONI della precisa incombenza dell’erogazione del credito che comporta la loro autonoma determinazione delle relative condizioni contrattuali e dei tassi d’interesse del contratto di finanziamento rateale senza essere direttamente in contatto con il finanziato perché, questo preciso compito, è attribuito ai BANCARI latu sensu ADDETTI ALLA RETE DI VENDITA, occorre ricordare che “in tema di truffa, il profitto ingiusto non deve necessariamente essere conseguito dal soggetto che pone in essere la condotta fraudolenta, atteso che la norma esige soltanto il nesso causale tra tale condotta e il profitto, restando indifferente che sia un terzo – consapevole – a trarre il beneficio illecito dal raggiro, e fatta salva comunque l’ipotesi di CONCORSO NEL REATO, in forza del quale gli atti dei singoli sono considerati nel contempo loro propri e comuni anche agli altri compartecipi(sentenza della Cass. Pen. Sez. II del 17/10/2000 n. 13501). Conseguentemente, i dipendenti dell’intermediario che hanno determinato le condizioni contrattuali connesse al TASSO CORRISPETTIVO hanno una loro personale responsabilità penale in concorso sia per il reato-mezzo di TRUFFA ex art. 640, comma 1, c.p. sia per il reato-fine di USURA ex art. 644, c.p. perché l’autonoma previsione del CONTRATTO STANDARDIZZATO che impone l’utilizzo dell’illecito PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO per tutti i finanziamenti rateali erogati dall’intermediario in un certo periodo di tempo, dimostra la CONSAPEVOLEZZA oltre che della completa rappresentazione dei fatti che costituiscono i due reati, anche dell’aggravante della connessione ex art. 61, numero 2, c.p.. Infatti, non può essere messo in discussione che la STANDARDIZZAZIONE dei CONTRATTI di finanziamento rateale è un elemento aggravante della machinatio posta in essere da questi soggetti sia perché la normalizzazione dei patti contrattuali non lascia spazio di manovra per eventuali modifiche delle condizioni contrattuali da parte dei singoli finanziati nel periodo di “vigenza” di quello specifico contratto uniformato sia perché la tipizzazione delle convenzioni con l’illecito PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO garantisce ulteriormente che si possa realizzare certamente l’impunità del reato-fine di USURA con l’incasso del suo profitto usuraio strettamente connesso al TASSO CORRISPETTIVO. In particolare, per valutare la responsabilità penale di questi soggetti, l’interprete non deve assolutamente prescindere dai principi generali, di fonte COSTITUZIONALE (CENTRALITÀ DELLA PERSONA, BUONAFEDE/SOLIDARIETÀ, UTILITÀ SOCIALE, etc.), che, per quanto disposto dall’art. 1374 c.c., costituiscono anche parte integrante di qualsiasi contenuto contrattuale. Non solo, nella materia dei rapporti bancari, ove si configura un contratto “imposto” (sia nell’espressione tipica del contratto di consumo sia in quella atipica di “terzo contratto”), non può prescindersi, in preliminare sede interpretativa, dall’applicazione del c.d. principio di buonafede in senso oggettivo (rectius: correttezza), come statuito anche dal disposto dell’art. 1366 c.c. (“il contratto deve essere eseguito secondo buonafede”), nel senso che l’interprete deve tendere, proprio perché in presenza di un contratto con posizioni sperequate, all’“equo contemperamento degli interessi delle parti” (così come previsto dall’art. 1371 c.c.). Va aggiunto, quale altro imprescindibile principio interpretativo dell’attività negoziale inter vivos, il c.d. criterio dell’affidamento, cioè l’esigenza di considerare la manifestazione negoziale non nel significato ad essa attribuita dal suo autore (come correttamente avviene nell’interpretazione della sola volontà testamentaria) bensì nel significato che ad essa riconosce il destinatario della stessa: è di tutta evidenza che l’applicazione del principio di affidamento impone una ben più attenta valutazione, appunto in sede interpretativa, delle clausole contrattuali (già unilateralmente predisposte dai BANCARI latu sensu quale contraente forte) che il consumatore-cliente è indotto a sottoscrivere nell’ambito dei rapporti bancari.

In merito alla verifica dell’USURARIETÀ del contratto strettamente connessa al TASSO MORATORIO che non tiene conto dei COSTI inerenti alla FASE FISIOLOGICA del negozio giuridico, i BANCARI latu sensu degli ORGANI GESTIONALI SOTTORDINATI hanno la contezza che l’importo del COSTO EFFETTIVO inerente alla SOLO FASE PATOLOGICA è calcolato con l’illegale RATA individuata con il vietato PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO anziché con la legale RATA specificata con il lecito PRINCIPIO DI EQUITÀ con impostazione iniziale in t_0  o con impostazione finale in t_m del REGIME SEMPLICE che usa la ponderazione dei periodi rateali dell’ANNO CIVILE “CORRETTO”, sono consapevoli del necessario rapporto matematico per il calcolo dell’USURARIETÀ del contratto e sono edotti che l’autonoma clausola del CONTRATTO STANDARDIZZATO che stabilisce la percentuale del TASSO DI MORA, la percentuale degli ONERI ASSIMILABILI previsti per il caso di inadempimento di un obbligo e la modalità di conteggio degli stessi determina l’incasso di ulteriori truffaldini INTERESSI CORRISPETTIVI “mascherati”.


[1] Preliminarmente, con riferimento al principio di legalità confermato dall’art. 2 del D.Lgs. 231/2001, costituiscono “reati 231” solo le fattispecie espressamente elencate dal legislatore (principio del numerus clausus dei reati): i delitti previsti nel testo normativo hanno subito nel tempo un progressivo ampliamento. Sin dalla versione originaria in G.U., è stato fissato l’art. 24 rubricato “Indebita percezione di erogazioni, truffa in danno dello Stato o di un ente pubblico o per il conseguimento di erogazioni pubbliche e frode informatica in danno dello Stato o di un ente pubblico” che stabilisce che “1. In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 316-bis, 316-ter, 640, comma 2, n. 1, 640-bis e 640-ter se commesso in danno dello Stato o di altro ente pubblico, del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote. 2. Se, in seguito alla commissione dei delitti di cui al comma 1, l’ente ha conseguito un profitto di rilevante entità o è derivato un danno di particolare gravità; si applica la sanzione pecuniaria da duecento a seicento quote. 3. Nei casi previsti dai commi precedenti, si applicano le sanzioni interdittive previste dall’articolo 9, comma 2, lettere c), d) ed e)”. Pertanto, nell’ambito dei reati presupposto del D.Lgs. 231/2001, è esclusa la TRUFFA “GENERICA” ex art. 640, comma 1, c.p. come sono esclusi sia il reato di ESTORSIONE ex art. 629 c.p. sia il delitto di USURA ex art. 640 c.p. e, quindi, non è certa per questi reati la sussistenza di una DELEGA DI POTERI a specifici BANCARI latu sensu. Malgrado le esclusioni dal D.Lgs. 231/2001 della TRUFFA “GENERICA”, dell’ESTORSIONE e dell’USURA, l’obbligatorio MODELLO DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO dell’intermediario che ha concesso il finanziamento rateale consente comunque di conoscere come si è strutturata una banca o una società finanziaria e, conseguentemente, permette di sapere chi sono i soggetti in posizione apicale ed i loro stretti sottoposti, chi sono i soggetti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento del modello organizzativo e quali sono i soggetti sottoposti all’altrui direzione, cioè i lavoratori subordinati e i lavoratori parasubordinati. Inoltre, tali modelli organizzativi che generalmente sono pubblicizzati in documenti pubblicati sui siti istituzionali degli intermediari, prevedono la determinazione di obbligatori MANUALI DI PROCEDURE INTERNE che tutti i BANCARI latu sensu devono rispettare. Spesso, nel documento pubblicizzato vi sono indicazioni dell’intermediario su come i destinatari interni si debbono relazionare con i clienti: si legge in quello di UNICREDIT SPA che i rapporti con la clientela da parte del personale interno “devono essere improntati a criteri di onestà, cortesia, trasparenza e collaborazione, fornendo informazioni adeguate e complete e veritiere, che i soggetti addetti ai rapporti con i clienti “devono curare che vengano rispettate tutte le NORME in tema di CORRETTEZZA, ADEGUATEZZA e TRASPARENZA nella prestazione di servizi di investimento e accessori” e che tutti “i soggetti appartenenti ad UniCredit S.p.A. sono tenuti ad esercitare la propria attività nel pieno rispetto della NORMATIVA VIGENTE emanata dalle competenti Autorità”.

[2] Le motivazioni della sentenza della Cass. Civ. del 26/02/2019 n. 5606 hanno stabilito che “La giurisprudenza di questa Corte regolatrice ha affermato da tempo (ex plurimis, Cass. Sez. U 30/09/2009, n. 20933) che il COMPONENTE DEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE, chiamato a rispondere per omissione di vigilanza, non può esimersi da responsabilità adducendo che le operazioni integranti l’illecito sarebbero state realizzate da altro soggetto, dotato di ampia autonomia. Più specificamente, Cassazione n. 2737 del 2013 ha enucleato il principio secondo il quale il dovere di agire informati dei CONSIGLIERI NON ESECUTIVI DELLE SOCIETÀ BANCARIE, sancito dall’art. 2381 c.c., commi 3 e 6, e art. 2392 c.c., non va rimesso, nella sua concreta operatività, alle segnalazioni provenienti dai rapporti degli amministratori delegati, giacché anche i primi devono possedere ed esprimere costante e adeguata conoscenza del business (bancario) e, essendo compartecipi delle decisioni di strategia gestionale assunte dall’intero consiglio, hanno l’obbligo di contribuire ad assicurare un governo efficace dei rischi di tutte le aree della banca e di attivarsi in modo da poter efficacemente esercitare una funzione di monitoraggio sulle scelte compiute dagli organi esecutivi. Proseguendo nella medesima prospettiva, Cassazione n. 22848 del 2015 ha precisato che gli amministratori privi di deleghe sono tenuti ad agire in modo informato e, in ragione dei requisiti di professionalità, ad ostacolare l’evento dannoso, sicché rispondono del mancato utile attivarsi e, stante la presunzione di colpa, è sufficiente a tal fine che l’Autorità di vigilanza dimostri l’esistenza dei segnali di allarme che avrebbero dovuto indurre gli amministratori non esecutivi, rimasti inerti, ad esigere un supplemento di informazioni o ad attivarsi in altro modo, spettando a questi ultimi di provare di essersi attivati”.

[3] Si legge inoltre nella massima della sentenza della Cass. Civ. Sez. II del 18/04/2018 n. 9546 che “Questa interpretazione non vale ad accollare una responsabilità oggettiva agli amministratori non esecutivi, essendo gli stessi perseguibili ove ricorrano comunque sia la condotta d’inerzia, sia il fatto pregiudizievole antidoveroso, sia il nesso causale tra i medesimi, sia, appunto, la colpa, consistente nel non aver rilevato colposamente i segnali dell’altrui illecita gestione, pur percepibili con la diligenza della carica (anche indipendentemente dalle informazioni doverose ex art. 2381 c.c.), e nel non essersi utilmente attivati al fine di evitare l’evento. Sotto il profilo probatorio, ciò comporta che spetta al soggetto il quale afferma la responsabilità allegare e provare, a fronte dell’inerzia dei consiglieri non delegati, l’esistenza di segnali d’allarme (anche impliciti nelle anomale condotte gestorie) che avrebbero dovuto indurli ad esigere un supplemento di informazioni o ad attivarsi in altro modo; assolto tale onere è, per contro, onere degli amministratori provare di avere tenuto la condotta attiva dovuta o la causa esterna, che abbia reso non percepibili quei segnali o impossibile qualsiasi condotta attiva mirante a scongiurare il danno. Per quanto specificatamente attiene ai consiglieri non esecutivi di società bancaria, l’art. 53, lett. b) e d) T.U.B., prevede che la Banca d’Italia emani disposizioni di carattere generale aventi ad oggetto, tra l’altro, il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni e il governo societario, l’organizzazione amministrativa e contabile, nonché i controlli interni e i sistemi di remunerazione e di incentivazione. Le disposizioni attuative sono state quindi dettate con le Istruzioni di vigilanza per le banche, mediante la circolare 21 aprile 1999 n. 229, e le successive modificazioni e integrazioni, le quali sanciscono doveri di particolare pregnanza in capo all’intero consiglio di amministrazione di azienda bancaria (e quindi anche dei consiglieri non esecutivi), che si incentrano, per l’intero organo collegiale, proprio in quel compito di monitoraggio e valutazione della struttura operativa”.

[4] Si legge nella sentenza della Cass. Pen. Sez. II del 23/11/2011 n. 46669 che “La norma di cui all’art. 644 c.p. configura una norma penale in bianco il cui precetto è destinato ad essere completato da un elemento esterno, che completa la fattispecie incriminatrice giacché rinvia, al fine di adeguare gli obblighi di legge alla determinazione del tasso soglia ad una fonte diversa da quella penale, con carattere di temporaneità, con la conseguenza che la punibilità della condotta non dipende dalla normativa vigente al momento in cui viene emessa la decisione, ma dal momento in cui avviene l’accertamento, con esclusione dell’applicabilità del PRINCIPIO DI RETROATTIVITÀ DELLA LEGGE PIÙ FAVOREVOLE. (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 43829 del 16/10/2007 Ud. (dep. 26/11/2007) Rv. 238262; Sez. 1, Sentenza n 19107 del 16/05/2006 Ud. (dep. 30/05/2006) Rv. 234217 Sez. 3^, 22 febbraio 2000 n. 3905, rv. 215952; Sez. 3^, 23 aprile 1986 n. 5231, rv. 173042)”.

[5] Ci si riferisce alla sentenza di Cass. del 22/04/2000 n. 5286 che ha stabilito che “L’usurarietà del superamento del “tasso soglia” di cui alla l. 7 marzo 1996 n. 108 vale anche per le clausole concernenti gli interessi moratori, alla sentenza di Cass. del 04/04/2003 n. 5324 che ha sancito che “In tema di contratto di mutuo, l’art. 1 della legge n. 108 del 1996, che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi che gli interessi moratorie alla sentenza di Cass. del 11/01/2013 n. 603 che ha precisato che “gli interessi corrispettivi e moratori ulteriormente maturati vanno considerati usurari”.

[6] La decisione n. 350/2013 è relativa a una fattispecie concreta che per intero si è sviluppata sotto l’ombrello della Legge n. 108/1996.

[7] Si evidenzia che l’aggravante della connessione ex art. 61, numero 2, c.p. in capo agli AMMINISTRATORI BANCARI latu sensu e, quindi, la loro personale responsabilità penale in concorso per il reato di TRUFFA ex art. 640, comma 1, c.p., non può essere esclusa per i seguenti motivi: 1) In conseguenza della POSIZIONE DI GARANZIA che consente di individuare nei BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI i garanti primari della corretta osservanza degli interessi protetti sia del reato di TRUFFA che del delitto di USURA e in considerazione che è indiscutibile che gli stessi non abbiano la consapevolezza che “l’unicità dell’Azione realizzatrice del reato-mezzo e del reato-fine” si concreta al momento della conclusione del CONTRATTO di finanziamento rateale che sancisce temporalmente la contestualità delle condotte criminose, è indubitabile che gli AMMINISTRATORI BANCARI latu sensu non abbiano completa rappresentazione dei fatti che costituiscono i due reati, cioè i delitti autonomi di TENTATA e CONSUMATA TRUFFA per la previsione pattizia dell’applicazione del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME COMPOSTO in violazione dell’art. 821, comma 3, c.c. che proibisce l’ANATOCISMO di tipo GENETICO e la CONSUMAZIONE del delitto di USURA nella forma “PRESUNTA” ex art. 644, comma 3, primo periodo, c.p. o nella forma in “CONCRETO” ex art. 644, comma 3, secondo periodo, c.p. in quanto l’importo dell’ANATOCISMO PRIMARIO e SECONDARIO del TASSO CORRISPETTIVO è un COSTO EFFETTIVO illecito ex art. 644, comma 4, c.p.. Infatti, è fuori discussione che il loro c.d. momento volitivo sia intenzionalmente orientato alla commissione di entrambi i delitti perché, normalmente, solo se si occulta il reato-mezzo di TRUFFA si raggiunge lo scopo non solo dell’impunità del reato-fine di USURA ma anche dell’incasso del suo profitto usuraio: pertanto, se non si tiene in considerazione del quantitativo della TENTATA TRUFFA ATTUALIZZATA, importo da inserire come COSTO EFFETTIVO in t_0 nell’obbligatoria formula del PRINCIPIO DI EQUITÀ del REGIME ANATOCISTICO imposta dai burocrati della Banca d’Italia, normalmente non si configura la CONSUMAZIONE del delitto di USURA nella forma “PRESUNTA” o nella forma in “CONCRETO”; 2) La conoscenza dell’aggravante da parte dei BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI e, quindi, la conseguente CONSAPEVOLEZZA che, normalmente, solo se si occulta il reato-mezzo di TRUFFA si raggiunge lo scopo dell’impunità del reato-fine di USURA e l’incasso del suo profitto usuraio, ha una prova oggettiva incontestabile nel maggiore vantaggio economico dell’intermediario. Infatti, la sanzione del solo reato-mezzo di TRUFFA per violazione dell’art. 821, comma 3, c.c. con dolo incidens del deceptor comporta per il deceptus un DIRITTO RISARCITORIO limitato all’importo dell’ANATOCISMO PRIMARIO e SECONDARIO degli interessi corrispettivi truffati, mentre la sanzione della commissione contemporanea del reato-mezzo di TRUFFA e del reato-fine di USURA determina la gratuità ex art. 1815, comma 2, c.c. del prestito rateale e, pertanto, il finanziato ha un più ampio DIRITTO RISARCITORIO che riguarda sia l’importo complessivo degli INTERESSI pagati e/o da pagare sia il totale generale di tutti gli altri ONERI risultanti dal contratto corrisposti; 3) Un’ulteriore conferma della piena consapevolezza della contemporanea aggressione a due distinti beni penalmente tutelati e del coordinamento teleologico dell’uno all’altro illecito” da parte dei BANCARI latu sensu degli ORGANI APICALI è la non vigilanza e il non impedimento del doloso atteggiamento processuale autorizzato dai BANCARI latu sensu degli UFFICI LEGALI di agire o resistere nei giudizi civili sostenendo l’ANATOCISMO inesistente nel PDA FRANCESE, anche con richiesta di condanna del finanziato attore per lite temeraria ex art. 96 c.p.c.: questa circostanza fattuale conferma la loro volontà di occultare il reato-mezzo di TRUFFA per “assicurare a o ad altri l’impunità e il profitto del reato-fine di USURA.